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Final Fantasy XIII / Episode Zero / Parte I: Encounter

Capitolo 1

Sapeva di essere circondata, ma non sentiva né tensione né panico. Pensava solo a come recuperare il tempo che avrebbe sprecato per cercarli. “Proprio come ci avevano detto”, mormorò Lightning preparando la sua spada. C’erano molti Sahagin, mostri che sembravano pesci, ma che avevano arti da anfibi e vivevano sulla superficie dell’acqua. Nei dintorni della città marittima di Bodhum questa specie di mostri acquatici appariva molto spesso. Non erano solo gli umani a desiderare di vivere lì; l’alta temperatura, l’acqua e l’atmosfera sembravano piacere molto anche ai mostri.

Riuscì ad individuare quattro corpi grigi e rossi nell’area. Ne percepì due alle sue spalle. Uno di essi iniziò ad avvicinarsi. Si stava preparando ad attaccare. Lei realizzò un taglio verso destra con la sua spada. Resistenza. Adesso verso sinistra. La sua spada scintillò, diventando il suo nome, attraverso gli organi vitali dei Sahagin. Fuori due. Sentì qualcosa saltarle alle spalle, ma a quella velocità non rappresentava una minaccia. Emise un leggero sospiro. Si girò e tagliò il mostro a metà. Adesso ne rimaneva solo uno dietro di lei…

E fu allora. Retrocesse. Sentì uno sparo, che fece sì che il petto del Sahagin si aprisse di colpo. Adesso un mostro in più giaceva coperto dai propri fluidi vitali verdognoli.
“Ti aiutiamo noi!”

Sentì la voce di una donna accompagnata dal rumore di una motocicletta aerea. “Non siete d’aiuto, vi state solo mettendo in mezzo”, pensò lei irritata, ritirando la sua spada.

Il Sahagin non prestava più attenzione a Lightning. Lei non ebbe bisogno di guardare in alto per capire che la proprietaria di quella voce doveva essere una donna di classe inferiore. Dal rumore della motocicletta si capiva quanto fosse modificata. Si capiva bene che non era sicura e che non poteva essere stata ideata per essere immessa sul mercato. Non era nemmeno uno di quei modelli silenziosi fatti per i militari; emetteva un suono differente. La donna che la guidava non poteva essere né una semplice cittadina né un soldato.

Difatti non era una donna quella che aveva un revolver in una mano, e che con l’altra controllava la moto. Si trattava di un uomo dai capelli azzurri, molto giovane. Indossava gioielli e piume, e perfino da lontano si poteva notare il suo aspetto appariscente. Dietro di lui c’era una donna castana, con un’enorme arma in mano. La moto scese rapidamente, la donna si mise in piedi e sparò con la sua arma. I due Sahagin rimasti scapparono uno dietro l’altro, ancora vivi e vegeti. La donna non aveva una cattiva mira. Ma, dopotutto, aveva dovuto utilizzare la metà delle sue munizioni.

La moto scese vicino a Lightning e frenò. Era guidata da qualcuno che sapeva quel che faceva.

“Ehi, soldato, eri in trappola, vero?”

La donna castana mise a posto il revolver e sorrise. Aveva una camicia molto scollata. Lightning riuscì a vedere un tatuaggio a forma di farfalla sulla scapola destra della donna. Se l’uomo dai capelli azzurri era pieno di decorazioni, la donna castana, invece, andava in giro mostrando molti centimetri di pelle. Entrambi indossavano vestiti per niente adatti a persone che maneggiano armi da fuoco. Tutte quelle decorazioni penzolanti avrebbero dato solo fastidio durante un combattimento. E un revolver grande come quello si sarebbe scaldato rapidamente. Inoltre, andare in giro così scoperti non avrebbe protetto nessuno dalle scottature. “Novellini”, pensò lei, e chiese:

“Chi siete?”
“Siamo del NORA.”

Anche se Lightning voleva sembrare fredda e dura, l’altra donna sembrava non rendersene conto. I suoi occhi color ambra rotearono da una parte all’altra, come se quella situazione la divertisse.

“Se sei un soldato di Bodham, dovresti aver sentito parlare di noi almeno un po’, no?”
Quanta sicumera. Lightning era curiosa di sapere come facesse ad essere così sicura di se stessa, però non aveva tempo per chiederglielo.
“Mi dispiace, mai sentito.”, disse con voce tagliente, e si girò. Riusciva ancora a sentire le loro voci alle sue spalle.
“Ma…”
“Che strano, avrei giurato che fossimo più famosi.”

Iniziò a camminare più rapidamente per non dover più sentire le loro voci. Che fastidiosi. Avevano interferito nella sua missione e credevano veramente di essere stati d’aiuto. Non riusciva a sopportare il fatto che apparissero così orgogliosi di sé, quindi mentì loro, e odiò sé stessa per averlo fatto. Sì, aveva mentito. Mentito sul fatto che non aveva mai sentito parlare del NORA. Lo conosceva, aveva sentito parlare di un gruppo che utilizzava un piccolo negozio sulla costa come quartier generale. Quel negozio era in realtà una caffetteria pensata per i turisti, ma frequentata soprattutto dagli abitanti locali… Nonostante non si trattasse del tipo di posto che sarebbe popolare tra le ragazze di un liceo.

“Siamo gatti randagi. È da lì che abbiamo preso il nostro nome [ndr: “NORA” in giapponese significa “randagio”]. Ancora più fastidioso ricordare quella cosa adesso. Lightning tagliò corto. “Non pensare a cose futili.”, si disse. “Chiama il Tenente e informalo del fatto che la missione è stata compiuta. È la cosa più importante da fare adesso.”

C’erano già molti soldati nel punto di ritrovo. I Sahagin non erano lontani dal luogo dove erano stati segnalati. Quando si trattava di mostri rapidi, la cosa non era così facile. I mostri odiavano gli umani, quindi non si lasciavano vedere in distretti residenziali o commerciali, ma le periferie erano tutta un’altra storia. Per la gente che viveva nelle vie costruite fuori dalla città, i mostri erano un grosso problema. Anche se perfino un novellino sarebbe stato in grado di tenere a bada un mostro piccolo, essi erano soliti muoversi in gruppi numerosi. Quelli che vivevano da soli erano i più grandi e i più forti. In altre parole, quelli che, se li vedevi, la mossa più intelligente da fare era contattare l’esercito immediatamente. Quello era il lavoro svolto solitamente dal Reggimento di Sicurezza, l’unità di Lightning.

Altri soldati si avvicinarono a lei, complimentandosi per il lavoro svolto. Lightning andò a cercare il suo superiore. No, in realtà non dovette cercarlo. Il Tenente Amodar si poteva sentire da molto lontano. Andò nella direzione dalla quale provenivano le sue risate.

Lightning aggrottò le sopracciglia. Amodar stava parlando con un gruppo che non aveva mai visto. E insieme a loro c’era una motocicletta aerea rimodellata. Sembrava molto simile a quella guidata dall’uomo dai capelli blu. Chi era quell’uomo che stava parlando con il Tenente così amichevolmente? Sembrava sicuro, ma anche accaldato. Non poteva dire se fosse per i suoi vestiti o per il modo in cui cui si muoveva, ma si poteva capire da una semplice occhiata che era il leader.
I loro occhi si incontrarono. Lightning lo fissò. Ammise che fu qualcosa di maleducato da parte sua, ma l’uomo fece una faccia leggermente sospetta. Capendo che stava succedendo qualcosa, il Tenente Amodar guardò dietro di sé e vide Lightning.

“Ehi, Comandante, bentornata.”
“Sempre la stessa storia”, pensò Lightning scrollando le spalle. “Gli piacciono questo tipo di scherzi”.
“Comandante? Che scherzo è questo, Tenente?”, disse, mettendo enfasi sull’espressione “Tenente”. A differenza di quando si era appena unita al Reggimento di Sicurezza, ora era diventata brava nell’ignorare i suoi scherzi. Ovviamente, alcune volte era necessario rispondere per le rime.
“Beh, sei la nostra leader d’assalto, non è cosi?”. Quando diceva cose del genere non c’era niente che lei potesse dire, cosi sospirò e decise di ignorarlo.
“E questo chi è?”. Lightning guardò l’uomo che stava al suo lato. Non importava vederlo da lontano o da vicino, il suo aspetto era lo stesso e gridava “cattive notizie”.
“Sono del NORA, Sergente.” Un giovane soldato irruppe nella conversazione.
“Hai mai sentito parlare di loro?”
“No, di nuovo il NORA no…”, pensò Lightning, quasi mostrando la sua irritazione. “Ho appena finito di togliermeli dalla testa ed ecco che ritornano…”
“Un gruppo di vigilanza composto da alcuni giovani della città.” Ovviamente aveva interpretato il silenzio di Lightning come una mancanza di conoscenza da parte sua.
“Lui è il loro leader, Snow”, aggiunse Amodar. Lightning sentì un misto tra euforia e delusione quando capi che era veramente lui il leader.”
“Ehi!”. Il suo saluto informale la irritò ancora di più. “Non può essere un po’ più educato?”, pensò.
“Questa è la nostra Comandante d’assalto. Può anche essere giovane, ma è veramente brava.” Come prova, Amodar toccò il manico della spada di Lightning con la punta delle dita.
“Questa è una spada che ha ricevuto da poco. Una Blaze Edge… immagino che voi non capiate, ma se qualsiasi soldato la vedesse, saprebbe quel che significa questa spada.”
“Tenente, non parliamo di…” Lightning sapeva cosa stava per dire, quindi cercò di fermarlo, ma Amodar la ignorò e continuò.
“Questa è una spada che viene data solo ai migliori soldati. Sto dicendo che quelli che hanno spade simili hanno anche abilità impressionanti. Notevole, vero?”
“Adesso sta un po’ esagerando con gli elogi”, pensò Lightning. Voleva fermarlo prima che continuasse, ma non riusciva ad entrare nella conversazione.
“E la sua Blaze Edge è speciale. Ha un’iscrizione che recita… aspetta, com’era?”
‘Scintilla bianca… prendi il mio nome’, giusto?”. Lightning lo corresse, ma solo nella sua mente: “Invoca il mio nome”. Ma non poteva permettersi di dirlo a voce alta, era troppo imbarazzante.
“Per favore, finiamola qui… va bene?” Anche se stava scherzando, Lightning era felice di sentire quelle parole venire dal suo superiore. Ma c’è un limite a tutto. Specialmente perché quel ragazzo, Snow, era lì davanti a lei e continuava a dire “È vero?” e “Wow, è incredibile.”, rivolgendosi a lei direttamente. Era insostenibile.
“Va bene, va bene.” disse Amodar deluso, scoppiando poi in una grossa risata.
“Ah, bene. Quindi è per questo che la qui presente Sergente è riuscita a concludere il suo lavoro così velocemente. Siete delusi dal fatto che ci sia stato poco da fare anche questa volta, vero?”
“Nah. Sai, non c’erano solo i mostri che ci avevano segnalato.”
“Davvero?”
“Sì, se li staniamo, arrivano uno dopo l’altro.”
“Va bene, mi pare una buona idea andare a stanarli, ma non fate casino.” E allora disse, “Ovviamente, ovviamente”, concordando appieno.

“Forze di vigilanza?”, pensò Lightning. “Non fatemi ridere. È solo un gruppo di novellini che hanno armi da fuoco e si credono i giustizieri…”. Voleva dire cosa pensasse di loro, ma non sarebbe servito a nulla. Puoi criticare solo quando ti aspetti un miglioramento. Se non è cosi, stai solo sprecando fiato.
“Ragazzi, avete un sacco di energie. Perché non vi unite all’esercito?”
“Le regole e le uniformi semplicemente non sono compatibili con la nostra personalità, capisci?”

“Perché questo tizio continua a dire cose che fanno saltare i nervi?”, pensò Lightning. “Mi fa infuriare.”
Ma il Tenente Amodar si limitò a ridere e a dire: “Occhio a quello che dici.”, accompagnando la frase con una pacca sulla spalla di Snow, come rivolgendosi a un buon amico.
“Beh, adesso che la zona è stata ripulita dai mostri, ce ne andiamo.” Con l’ordine di Snow, tutti salirono sulla motocicletta aerea.
“Sarà meglio che non andiate per conto vostro, potreste finire per essere catturati”, gridò il giovane soldato di prima. Aveva all’incirca la loro stessa età, sembravano amici.
“Gli PSICOM non sono come noi. A loro non sfuggireste mai.”

PSICOM. Sicurezza Pubblica e Informazione. Il servizio segreto dell’esercito. C’erano solo soldati d’èlite tra le sue file. Le forze di sicurezza lavoravano a contatto con le persone. Per questo motivo, uno avrebbe pensato che fossero cordiali. In realtà gli PSICOM non avevano idea di cosa fosse la cordialità. Gli PSICOM non avrebbero mai permesso al Team Nora di esistere. Ma un gruppo di semplici cittadini non sapeva queste cose.
Tutti i membri del NORA risero nel sentire le parole del giovane soldato.

“Staremo bene. Siamo più forti di qualsiasi esercito.” Il leader sarà pure il leader, e i membri del gruppo, i membri. Ma il giovane soldato parve non farvi caso, e disse solo “Un po’ presuntuosi no?”, ridendo.

Lightning pensò che non solo mancavano di buonsenso, ma anche che non capivano cose che qualsiasi persona avrebbe capito. Cosi pensò che ignorarli e dimenticarsi di loro sarebbe stato meglio. Ma…

“Aspetta.” Quando capì cosa stava facendo, aveva già cominciato a seguirli. Li fermò. Doveva dire una cosa, solo una cosa.
“Il tuo nome è Snow, vero?”
“Sì” disse Snow, che stava già preparandosi a decollare.
“Tu sei quello che corre dietro a mia sorella minore.”
“Sorella minore?”
“Serah Farron.” Non aveva finito di dire il nome di Serah, che Snow disse “Ah!” e saltò dalla moto correndo verso di lei.
“Quindi sei la sorella di Serah, eh? Avete un viso simile, ma sembrate così diverse…”. Snow sembrava così felice, mentre Lightning era sconcertata. Lui era come un bambino che aveva appena trovato delle caramelle.
“Serah mi aveva detto che sua sorella è un soldato. Quando ci siamo conosciuti, ho pensato che poteva trattarsi di te… e sì, sei veramente sua sorella.” Snow disse il suo nome con così tanta confidenza che Lightning tornò ad essere irritata. Stava preparandosi per gridargli contro qualcosa, quando lui allungò la mano destra.
“Piacere di conoscerti! Sono Snow Villiers.” La sua mano era enorme. Lei pensò che ciò fosse dovuto ai guanti di cuoio che indossava, che forse facevano sembrare le sue mani più grandi di quel che fossero. “Vuole stringermi la mano con i guanti indosso! Quest’uomo è veramente maleducato.”
“Non voglio che tu abbia a che fare con mia sorella.” Ignorò la sua mano tesa. Non se la sentiva di essere amichevole nei suoi confronti.
“Perché?” Gli occhi di Snow scivolarono dalla sua mano alla faccia di Lightning, per poi tornare a fissare le sue dita. Probabilmente non aveva afferrato la frase di Lightning.
“Ho detto che non voglio che tu abbia a che fare con mia sorella.” Snow ritirò la sua mano. Finalmente capì che era stato rifiutato. Nonostante ciò, non si diede per vinto e disse esitante:
“E se lo facessi?”
“Non ho bisogno di rispondergli, ho detto quel che volevo dirgli”, pensò lei. Cercò di dargli le spalle, ma qualcosa le colpì le dita dei piedi.
Un cocco. Era un tipo di cocco caratteristico delle palme di Bodhum. Se dicevi “palme” da quelle parti, la gente pensava automaticamente a quella pianta. Cresceva rapidamente, aveva foglie grandi e larghe e alle persone piaceva vederle mentre camminavano sulla spiaggia. Ma, a differenza delle noci di cocco normali, quelle non si potevano mangiare. Erano enormi, e non importava come le cucinassi; non si potevano digerire e basta. “Come quest’uomo”, pensò Lightning.
“Quindi… e se lo facessi? Cosa succederebbe?” Lei mise il piede sul cocco.
“Non lo fare.” Si scrocchiò le dita. Non era quello il modo in cui pensava di liberarsi dell’uomo che perseguitava sua sorella, ma non poteva farne a meno. Il cocco che aveva sotto il piede scivolò. Snow lo colpì in modo da farlo roteare per aria formando un arco e finendo infine nella sua mano. Era come un bambino bravo a colpire le palline.
“Mi dispiace, ma anche se mi prendi a botte, non funzionerà.”
Voleva dire che i pugni dati dalle donne non sono abbastanza forti, o che semplicemente non voleva darle retta? Probabilmente entrambe le cose.
“Perché ho la testa dura.”, disse ridendo, facendola arrabbiare ancora di più. Lei gli diede le spalle e se ne andò. “Non mi piace”, pensò. “Reclutare bambini e atteggiarsi a loro generale, incoraggiando i deboli… che uomo orribile. Perché Serah lo trova così interessante? La risposta, chiaramente, era: lo trova interessante e basta. Non vuol dire che gli piaccia veramente. Sicuramente è così.”
“Sergente Farron, lo conosci?”

Nessuno poteva aver sentito quel che si erano detti, ma probabilmente lì avevano visti litigare. Il giovane soldato sembrava preoccupato quando fece la domanda.
“No, per niente.” Non lo conosceva, e non voleva aver più a che fare con lui. Non doveva né stare vicino a Lightning né stare vicino a sua sorella Serah.

“Me ne vado.” Lightning si scostò i capelli all’indietro e si allontanò.

Capitolo 2

La brezza di mare le sfiorava piacevolmente le guance. Serah camminava senza meta per il lungomare, con le braccia spalancate. Il clima era meraviglioso. Nei paraggi c’era solo quiete. In questa stagione tutti i turisti vanno in spiaggia per nuotare nell’oceano. Probabilmente la caffetteria del NORA era stata occupata fin dalla mattina. Anche se non era piena stagione, quel giorno per Lebreau era un giorno di lavoro. La sua cucina riusciva sempre ad attirare quelli del posto.

Probabilmente quello era il motivo del ritardo di Snow. Con molta probabilità aveva detto “Lascerò continuare voi, ragazzi.” e poi aveva provato ad andarsene, ma qualche cliente abituale l’aveva trascinato in una conversazione. Serah sorrise al pensiero di quella scena.

“Ehi!”, sentì dire da qualcuno, e si girò. Non era Snow. Era un membro del NORA chiamato Gadot. Dal momento che stava guidando la moto aerea da solo, era probabile che stesse semplicemente tornando al lavoro. O forse Lebreau gli aveva chiesto di andare a recuperare qualche ingrediente.

“Dimmi: lui arriverà più tardi… giusto?”, disse Serah guardandolo e vedendo la moto aerea fermarsi accanto a lei. Nonostante fosse più basso di Snow, i suoi grossi muscoli spesso facevano sì che la gente pensasse a lui come ad un gigante. Quando Serah lo aveva incontrato per la prima volta, aveva pensato che apparisse grande e spaventoso, ma ora ovviamente la pensava diversamente.

“È stato bloccato da un cliente?”
“Bingo. E probabilmente gli ci vorrà un po’.” Mi chiedo se sia uno di quei clienti logorroici, pensò Serah. Non sapeva dire con certezza se Gadot fosse stato mandato da Snow o da Lebreau.
“D’accordo, ho capito. Grazie.”
“Tranquilla, dovevo comunque passare di qui.” Gadot disse “a presto” e decollò a bordo della sua moto aerea. Serah lo salutò con la mano e lo vide partire.

Ritornò la quiete, e Serah ricominciò a camminare. C’era un posto, vicino alla fine del lungomare, dove gli uccelli di mare erano soliti riunirsi. Decise che avrebbe aspettato Snow laggiù. Non si stancava mai di vedere gli uccelli di mare giocare con le onde. Serah voleva aver portato qualcosa da dar loro in pasto.

“Amo questa città”, mormorò Serah. Gli uccelli che giocano con l’oceano, il colore del cielo, le foglie che frusciano dolcemente sugli alberi, e pure il lungomare, curato in modo splendido. Ma quello, per Serah, era l’ultimo anno di scuole superiori. Era già stato deciso che avrebbe dovuto andare all’università della capitale, Eden. Era la strada che aveva scelto lei stessa di intraprendere, ma il sol pensiero di dover lasciare la città la rendeva triste. Snow diceva sempre:
“Eden non è chissà dove. Possiamo vederci quando vogliamo.”, e dicendolo sorrideva. Serah diceva sempre a sé stessa: “Non è che non ci vedremo mai più.”. Serah sapeva cosa significasse non vedere più qualcuno.

Il primo era stato suo padre. Nonostante non avesse l’età per capire cosa fosse la morte, Serah aveva capito che non avrebbe più rivisto suo padre. Quando sua madre morì di una malattia, lei sentì in maniera ancora più forte il dolore di perdere qualcuno per sempre. Perdere qualcuno proprio di fronte a te. Anche Snow: era stato cresciuto dalla stessa istituzione in cui c’erano Gadot, Lebreau e Yuj. Avevano sperimentato tutti lo stesso dolore. Ecco perché si rivolgevano alle persone con così tanta gentilezza, anche se non se ne rendevano conto.

Serah si rese conto di essere felice. Sono felice, perciò persino una minima distanza tra di noi fa male. Potersi incontrare tutti i giorni, parlare di cose sciocche, essere circondata da persone gentili. È così divertente, che perdere anche una piccola parte di tutto ciò fa male.

“Che bambina viziata. Pretendi troppo.” Si diede un colpetto in testa col proprio pugno. Eden non è così vicina come dice Snow, ma è pur sempre vero che possiamo continuare a vederci se lo vogliamo. Quindi ho deciso che smetterò di sentirmi così dispiaciuta. Non voglio perdere in questo modo il tempo che mi rimane da passare qui.

Aveva appena preso questa decisione, quando vide qualcuno correre sul lungomare. Era Snow. Era arrivato prima di quel che pensasse. Probabilmente aveva fatto del suo meglio per terminare la conversazione il prima possibile.

“Da questa parte!” Si mise a saltare sbracciandosi.
“Hai visto mia sorella!?” Non riusciva a fare a meno di gridare. Snow era leggermente senza respiro per aver corso con tutte le forze giù per il lungomare, ma non appena riprese fiato disse: “Sì, ho visto Lightning.”
“Ieri, ci siamo imbattuti l’un l’altra.”
Aha, ecco perché, disse Serah tra sé e sé.
“Perché, ha detto qualcosa su di me?”
“Niente. Ma era veramente di cattivo umore, e ho pensato che fosse strano.”

Nonostante fosse di cattivo umore, si comportava sempre allo stesso modo. Lightning non faceva mai il broncio come un bambino quando era arrabbiata. Era sempre stata troppo orgogliosa per mostrare i suoi sentimenti. Ma Serah era capace, in qualche modo, di interpretare l’umore di sua sorella. Era come se un’aura invisibile attorno a lei cambiasse leggermente. Se avesse dovuto fare un paragone, avrebbe usato l’energia elettrica. Non la riesci a vedere, ma se la tocchi riesci a sentire la scossa.

Sembra che Snow abbia provato a cacciarsi nei guai, pensò Serah con un sorriso amaro. Lightning e Snow erano l’esatto opposto. Snow era fedele ai suoi sentimenti, manifestava quel che pensava attraverso il viso, le azioni e le parole. I suoi sentimenti e i suoi discorsi erano legati strettamente insieme. Non si sarebbe mai sognato di mentire o ingannare. Ecco perché Serah sentiva di potersi fidare di lui, nonostante sua sorella la pensasse diversamente. Non avevano niente in comune, erano come l’acqua e l’olio.

“Dannazione…” Snow si grattò la testa. “Cosa dovremmo fare?”
Inizialmente Serah non capì cosa intendesse, ma poi comprese.
“È tutto a posto, puoi ancora venire.” La settimana dopo sarebbe stato il compleanno di Lightning.
Serah era riuscita a farle prendere del tempo libero, in modo che i tre potessero festeggiare insieme.
“Diciamole che stiamo uscendo insieme.”
“Già, è orribile doverlo nascondere.”

Serah aveva pianificato di presentarle Snow alla festa di compleanno. Non voleva che Lightning si prendesse un giorno libero solo per poter conoscere Snow, dato che ciò l’avrebbe solo irritata e, dal momento che era così occupata…
Ma Serah non voleva aspettare troppo a lungo prima di affrontare la cosa.

“Se le parliamo, capirà. È davvero simpatica.” Lightning non era dura solo con se stessa, ma anche nei confronti degli altri. E una volta che aveva deciso una cosa, molto raramente tornava sui suoi passi, perciò gli altri la consideravano testarda. “Ma è in questo modo che è riuscita a proteggermi e a prendersi cura di me”, pensò Serah. Anche se si trovava ancora nell’età in cui vuoi che qualcuno si prenda cura di te, Lightning aveva buttato via la sua infanzia ed era diventata forte per Serah. Al funerale di loro padre e, poi, a quello di loro madre, lei aveva tenuto stretta la mano di Serah. Era il suo modo di dire “Qualunque cosa succeda, io per te ci sarò sempre”. Serah non aveva mai dimenticato il calore della mano di sua sorella…

Ahh, finalmente trovò qualcosa che Lightning e Snow avevano in comune. Anche se le loro personalità erano completamente diverse, c’era qualcosa che li accomunava. “Li amo entrambi”, sussurrò Serah, nel profondo del suo cuore. Ecco cos’avevano in comune.

“No, andrà tutto bene. Dobbiamo dirglielo. Dobbiamo fare in modo che ci accetti.”
“Ma se si arrabbia, probabilmente mi uccide.”, scherzò Snow.
Serah, cercando di non scoppiare a ridere, si sforzò di esibire una faccia seria.
“Se solo fosse l’unica cosa… Se si arrabbia, distrugge tutta Cocoon.”
“Lo farebbe, vero?” Snow aggrottò le sopracciglia. Ma quello sarebbe stato fin troppo. Senza volerlo, Serah si fece scappare una risata, e Snow spinse la testa all’indietro, scoppiando in una risata fragorosa. Spero che un giorno noi tre potremo riderci su tutti insieme, pensò Serah. Lo faremo. Al suo compleanno.

“Snow!” Sentirono urlare alle loro spalle, dopo che erano rimasti a ridere per un po’.
“Che succede, Maqui?”, urlò Snow nel momento in cui la moto aerea si avvicinò.
“Stanno uscendo. L’abbiamo scoperto attraverso la comunicazione wireless dell’esercito. Sembra che ci siano mostri nel bosco. È l’ora del NORA!”
“Afferrato”, disse Snow, mentre la moto aerea atterrava.
“Mi dispiace, Serah, devo rubarti il Generale.”
“D’accordo!” Serah gli fece un inchino con fare scherzoso. Maqui aveva solo un anno in meno di lei, perciò lo vedeva come un compagno di classe.
“Scusate il disturbo.”, disse Maqui, ridendo. Snow disse “bastardo” e fece finta di prenderlo a pugni. Erano come fratelli.

“Bene, allora io andrò a casa.”
“Aspetta! Riesci ad aspettarmi? Voglio andare a fare compere con te.”
“Per comprare cosa?”
Snow fece l’occhiolino mentre saliva sulla moto. “Il regalo per tua sorella.”
“Oh, un regalo di compleanno”
“Voglio che lo scegliamo insieme. Puoi iniziare ad andare al centro commerciale e dare un’occhiata in giro, se vuoi…”
“No, aspetterò qui. Andrò a fare una passeggiata ai Resti.”
“D’accordo”, disse Snow, mentre la moto aerea si staccava dal suolo.
“Sistemeremo la cosa in un batter d’occhio!”
“Fai attenzione!” disse Serah, salutando con la mano, nonostante Snow e Maqui fossero già in cielo. Rise, “Siete davvero veloci”.

Capitolo 3

Aveva provato a non sembrare di cattivo umore, ma era preoccupata perché non c’era riuscita. Quando era tornata a casa tardi la sera prima, non aveva parlato molto con Serah. “Sono stanca”, aveva detto, e si era chiusa nella sua camera. Non voleva dire nulla che avrebbe potuto rimpiangere. Lightning pensò che se avesse aperto la bocca avrebbe iniziato ad urlare contro Serah di rompere la storia con quel ragazzo. Non voleva dire a Serah che era contraria alla cosa. Conosceva il temperamento di sua sorella meglio di chiunque altro. Nonostante lei sembrasse gentile e debole, dentro di sé era molto forte. Se Lightning le avesse detto che era contraria alla relazione solo perché non le piaceva Snow, Serah avrebbe provato a farle cambiare idea e avrebbe continuato a discutere finché non ci sarebbe riuscita. Non voleva andare incontro a ciò.

Lightning sospirò e pulì il vassoio che usava per la colazione. In giorni normali, quando doveva partire presto, avrebbero fatto colazione insieme, ma in giorni come quello, in cui lei doveva partire più tardi, mangiava da sola. Quando Lightning si era svegliata, Serah era già partita. Tuttavia, aveva già preparato la colazione. I turni di lavoro di Lightning cambiavano in continuazione, e lei doveva sempre partire in fretta.

Loro padre era morto presto, e quando loro madre era viva, doveva lavorare. Perciò l’esperienza di Lightning con i lavori domestici era molto più lunga di quella di Serah. Serah, tuttavia, era una cuoca di gran lunga migliore.

“Serah è semplicemente più brava nello scegliere il cibo buono.”
“Eh-ehm, e sono anche una cuoca migliore.” Ricordò le conversazioni che aveva con sua madre e Serah. Lei era sempre felice e sorridente. Ma poi loro madre si ammalò.

Fu appena prima che morì. Dopo la scuola, Lightning andò con Serah all’ospedale dove stava loro madre. Serah continuava a provare a correre, ma Lightning ogni volta le afferrava la mano, dicendo “Non correre, è pericoloso.” Un giorno, però, le cose cambiarono.

Il giorno prima, quando era appena arrivata a casa da scuola, il dottore l’aveva contattata, dicendo che sua madre era peggiorata. “La prossima volta che avrà un attacco, potrà essere pericoloso.”, aveva detto.
Non c’era un’altra famiglia alla quale poterlo riferire. Il dottore non aveva altra scelta se non quella di informare Lightning, allora appena quindicenne, sulle condizioni di sua madre. “Se succede qualcosa”, aveva detto, “c’è una persona dei servizi sociali che posso presentarti”. Le aveva dato l’indirizzo di molti posti nei quali avrebbe potuto ricevere aiuto. Esistono programmi che permettono ai bambini senza tutori di vivere gratuitamente. Non devi preoccuparti. Devi solo pensare a te stessa e a tua sorella. Era ciò che le aveva detto il dottore.

Ma, dopo quella parole, Lightning si era resa conto che avrebbe dovuto prendersi la responsabilità di tutto, a cominciare da quel momento. Si chiedeva se glielo si leggesse in faccia. Col senno di poi, si convinse del fatto che sua madre dovesse sapere quel che le passava per la testa.

“Mi sento bene oggi. Sì, penso di voler mangiare un po’ di frutta. Serah, andresti a comprarmene un po’?”
“Andrò io.”, disse Lightning, alzandosi in piedi. Ma sua mamma sorrise.
“Serah è più brava nello scegliere il cibo buono.”
“Eh-ehm, e sono anche una cuoca migliore.”, disse Serah, orgogliosa di se stessa. Lasciò la stanza d’ospedale.
“Ci sono un sacco di cose che dovrai fare ora, non solo cucinare.”, disse sua madre. I passi di Serah erano già lontani e svanirono in fretta. La madre di Lightning sorrise alla figlia. “Sì, capisce”, pensò Lightning. “Ecco perché ha chiesto a Serah di andare a comprare della frutta. Ora parlerà di quello che dovrò fare.” Ma non lo fece.

“Sai, non devi fare tutto da sola. Ci sono un sacco di cose per le quali anche Serah potrà aiutarti.”
“Ma mamma…”, non riuscì a dire nient’altro. Sua madre le allungò le mani e strinse Lightning vicino a sé. Le accarezzò i capelli come una bambina piccola. Lightning tratteneva a stento le lacrime.
“Piccola bambina viziata. Ti chiamavamo così, prima che Serah nascesse.”
“Non me lo ricordo…”
“Quando Serah è nata, tu sei diventata una sorella maggiore. Avevi solo tre anni. Sia io che tuo padre non potevamo più chiamarti bambina viziata.” Mentre diceva queste parole rideva, ma Lightning riusciva a percepire il dolore che nascondeva. La mano che le accarezzava i capelli era così magra.
“Dopo che tuo padre è morto, tu mi hai sempre aiutata, vero? Ti sei sempre presa cura di Serah. Tu ci sarai sempre per lei.”. Sua madre continuò: “Ma anche Serah ci sarà sempre per te. Ti aiuterà quando soffrirai, ti darà la forza. Non dimenticarlo.” E poi sua madre disse, ancora una volta, a voce bassa: “La mia piccola bambina viziata”…

Da quel momento le sue condizioni cambiarono in fretta. Si era già preparata ad affrontare ciò, perciò lo accettò senza dire una parola. Quel giorno, nel momento in cui era tra le braccia di sua madre come una bambina piccola, la sua infanzia finì. Non aveva più nessuno che potesse chiamare “mamma”. Perciò non era più una bambina. Non poteva più essere una bambina.
“Non dovrai fare tutto da sola.” Sua madre gliel’aveva detto. Ma l’unica in grado di proteggere Serah era lei. “Sì, invece”, si rese conto, “devo fare tutto da sola. Voglio essere un’adulta.” Lo voleva intensamente. Per proteggere Serah, per la felicità della mia unica sorellina, devo diventare un’adulta più in fretta che posso. Se non posso essere un’adulta per la legge, devo sbarazzarmi del nome che i miei genitori mi hanno dato e rendermi un’adulta da sola. Se non sono più la figlia di mia madre, funzionerà. In cambio, diventerò la tutrice di Serah. La proteggerò. Fece un giuramento davanti alla tomba di sua madre. Si diede un nuovo nome, “Lightning”.

Il suono della sua fondina la riportò al presente. Non se n’era nemmeno accorta, ma si era già vestita. Sorrise amaramente. Non era nemmeno l’ora di uscire.
Ma si era svegliata prima di quel che aveva programmato. Probabilmente a causa di ciò che era successo il giorno prima, che non le aveva permesso di dormire molto bene. Comprensibile, si disse per la milionesima volta, e sospirò. Doveva proprio essere quel ragazzo. Lei non era il tipo di sorella superprotettiva che caccia via tutti i ragazzi che rivolgono la parola a sua sorella. Voleva qualcuno che rendesse Serah felice. Voleva qualcuno che l’avrebbe protetta. Non avrebbe permesso a nessuno incapace di fare ciò di starle vicino. Non doveva essere un conversatore raffinato né avere chissà quale caratteristica esteriore. Doveva solo trattarla bene e desiderare di proteggerla.
Ma quell’uomo non potrebbe mai proteggerla, pensò Lightning. È solo un tizio che gioca a fare il re della montagna. Alla prima difficoltà abbandonerebbe Serah e scapperebbe via. Se avesse fatto ragionare un po’ Serah, lei alla fine avrebbe capito. Tra una brava studentessa delle scuole superiori e un disoccupato qualsiasi non avrebbe mai potuto funzionare.
Se la mamma fosse viva, potremmo fermare Serah insieme?
No, probabilmente no. Lightning afflosciò le spalle. Il papà stesso era una specie di tipo pericoloso. Era tranquillo e di buon carattere, ma non era molto affidabile. Ora che sono un’adulta, lo capisco, pensò Lightning. Certo, quando ero piccola volevo bene a mio padre. Nei miei ricordi è sempre raggiante e sorridente. Ma se avesse vissuto più a lungo, avrei criticato il suo carattere scanzonato? Probabilmente mi sarei ribellata a lui.
La mamma aveva scelto il papà lo stesso. Probabilmente lei sarebbe stata indulgente verso qualcuno come Snow. Probabilmente avrebbe detto “Se è la persona che Serah ama…” e l’avrebbe accettato e basta.
Quindi tocca a me proteggere Serah da lui. Non sono né la mamma né il papà. Loro avrebbero potuto accettarlo. Ma io no. Mai.
Indossò i guanti di pelle e aprì la porta della sua stanza. Decise che quel giorno sarebbe partita presto.

Capitolo 4

Secondo vecchie testimonianze, i Resti di Bodhum esistono da centinaia di anni.
I vecchi edifici e le abitazioni di Cocoon sono solitamente chiamate “storiche”, ma le cose provenienti da Pulse vengono chiamate “resti”.
Questi probabilmente erano stati portati lì durante la Guerra dell’Oblio, come materiale per riparare i luoghi che erano stati distrutti. Era ben noto che il fal’Cie portasse materiali da Pulse allo scopo di mantenere le strutture di Cocoon.
Ma la cosa strana è che, in centinaia di anni, i Resti non sono mai stati utilizzati
come materiale per riparare edifici, né per costruirne di nuovi, e non sono mai ritornati a Pulse. Erano semplicemente rimasti a Bodhum, in attesa.
Se fosse programmato un loro utilizzo o se fossero stati conservati per qualcosa, nessuno lo sapeva. Alcune centinaia di anni non significavano nulla per l’immortale fal’Cie. Nessun umano avrebbe potuto comprendere i pensieri del fal’Cie.
Ad ogni modo, era un bel mistero. Forse quelli vicini al Governo sapevano qualcosa di più, ma un normale cittadino come Serah non sapeva nulla.

“Per quante volte li veda, continuo a pensare che siano strani…” Serah guardò le imponenti rovine. Chi poteva averle costruite?
Semplici umani non potevano sopravvivere su Pulse. I frequenti disastri naturali e i feroci mostri in libertà non lo rendevano possibile. Aveva sentito anche che su Pulse c’erano fal’Cie proprio come su Cocoon. Ma, a differenza dei fal’Cie di Cocoon, che mandavano benedizioni alla gente del luogo, i fal’Cie di Pulse portavano solo distruzione.
In quel caso, i Resti non potevano essere stati costruiti dal fal’Cie di Pulse. Se fossero stati costruiti da qualcuno terribile come lui, allora sarebbero stati pericolosi per Cocoon, e il fal’Cie di Cocoon li avrebbe distrutti e ne avrebbe utilizzato i materiali.
Ma se non era stato il fal’Cie di Pulse e non erano stati i barbari, chi li aveva costruiti?
Sull’argomento erano stati scritti molti libri e saggi. Tutti volevano saperlo. Ma nessuno trovata delle risposte. Era una vecchia storia, era comprensibile che nessuno trovasse la risposta.
Serah si era interessata alla storia proprio a causa di misteri come quello. Per quel motivo, i suoi voti in storia si erano alzati di molto. Spesso pensava che se non fosse cresciuta attorno ai Resti di Bodhum non le sarebbe importato così tanto della storia, ma non lo sapeva per certo.
Non c’era nulla che rendesse euforica Serah quanto un mistero irrisolto. Anche se non c’era una risposta corretta, era divertente immaginare quale potesse essere. Ovviamente, se il mistero fosse poi stato risolto, sarebbe stato ancora meglio.

“Se solo potessi andare dentro.”
Ma i Resti non presentavano entrate. Non esistevano resoconti riguardo a ciò che c’era al loro interno. Non si sapeva se ci fosse uno spazio aperto o un qualche altro edificio. Serah toccò il loro esterno. Non erano fatti di pietra o metallo. Erano freddi al tatto. No, probabilmente era un qualche tipo di metallo, ma non del tipo che vedeva tutti i giorni. O, perlomeno, non il genere di metallo utilizzato per gli edifici.
Quando furono creati su Pulse, probabilmente erano molto diversi. Erano stati logorati dal vento e dalla pioggia di Cocoon per centinaia d’anni. Probabilmente non sono stati modificati solo nella consistenza, ma forse anche nel colore e nella forma.
Serah diresse lo sguardo verso la parte superiore dei Resti e camminò lentamente intorno ad essi, mantenendo lo sguardo fisso sulla parte superiore. Quando lo faceva, sembrava che le rovine si muovessero. Quando era piccola, questa era una cosa che le aveva mostrato sua sorella. Aveva sentito che, a sua volta, suo padre l’aveva insegnato a sua sorella. Serah era presente in quell’occasione, ma era troppo piccola per ricordare.
Non cambia mai nulla qui, pensò Serah. È tutto uguale a cinque anni fa, dieci anni fa, ora. Quindi è probabile che tra cinque e dieci anni, tutto sarà ancora uguale. Perfino dopo che sarò morta, pensò, tutto ciò sarà ancora qui, immutato…

Ad un tratto, sentì qualcosa di strano. Toccando il muro esterno dei Resti, percepì un cambiamento sulle punte delle sue tipa. Sorpresa, Serah guardò il muro. Il muro esterno si era mosso, e quello spostamento apriva un varco verso l’interno.
Stupita, Serah fisso l’interno.

“Un’apertura!?”
Da quando? Quando era stata qui un paio di giorni prima, non aveva notato nessun cambiamento. Osservava quei Resti da quando era piccola. Non si sarebbe persa nemmeno il minimo cambiamento, specialmente se si trattava di una cosa importante come un’entrata.
Forse una squadra di ricerca del governo aveva finalmente trovato il modo di aprirle. Serah fece qualche passo all’interno.

“C’è nessuno… qui?”
Non ci fu risposta. Non c’erano guardie, quindi probabilmente non c’era esisteva alcuna missione di ricerca.
“Andrà bene se do un’occhiata intorno per un po’… vero?”
Se si fosse scoperto che lei era entrata senza permesso, sarebbe finita in un sacco di guai, ma alla fine fu vinta dalla curiosità.

Avanzò piano all’interno dei Resti. Sperò di riuscire ad arrivare almeno al centro di essi. Il centro dei Resti provenienti da Pulse. Si trattava di un qualcosa che veniva dall’esterno di Cocoon. Era eccitata, mentre pensava a quanto era vicina allo scoprire i segreti dei Resti. Ma più andava avanti, più iniziava ad avere la sensazione di essere irrispettosa. L’aria all’interno delle rovine era fredda e silenziosa.
I Resti sembravano essere molto più grandi di quel che sembravano dall’esterno. All’interno c’erano sentieri e scale che serpeggiavano ovunque. Era ovvio che non ci fossero persone. Non solo non ne vedeva, ma non sentiva alcuna voce e nemmeno il più piccolo rumore. Nonostante ciò, l’interno delle rovine era luminoso. C’erano luci lungo i vari sentieri. Spingendosi più in profondità, Serah si chiese quale genere di congegno venisse usato. Le luci sembravano diventare più luminose, come se le mostrassero la via.

“Oh, wow…!”
Aveva intenzione di emettere solo un sussurro, ma esso echeggiò forte nelle sue orecchie. Si mise una mano alla bocca. Emise un piccolo sospiro e si guardò intorno ancora. L’architettura era strana. Il pavimento sembrava essere fatto di pietra, ma era completamente diverso da quello di un qualsiasi antico edificio di Cocoon. Il pavimento, le pareti e i sentieri erano tutti perfettamente lisci. Perciò dovevano essere stati fatti da qualcuno estremamente abile. Le linee si incontravano in modo elaborato e creavano una splendida armonia.

“Mi chiedo cosa ci sia qui.”
Guardò verso l’alto. Il soffitto lontano lontano era luminoso in modo sufficiente perché potesse vederlo chiaramente perfino da così in basso. C’era una rampa di scale che andavano verso l’alto. Ci deve essere qualcosa laggiù.
In quel momento il pianerottolo delle scale brillò. Era come se stessero dicendo: “Se vuoi saperne di più, vieni”. Serah non esitò nemmeno per un istante, e posò il piede sulle scale. I suoi passi echeggiavano. I gradini della scala sembravano di altezza diversa rispetto a quelli di Cocoon, ma non così tanto da causarle problemi nel camminarvi sopra.
Proseguì un po’ e arrivò davanti ad un altro sentiero dritto, ma poco dopo questo convogliò in un’altra rampa di scale. Le scale erano lunghe, ma non si sentiva stanca. Tutto ciò era molto più interessante di qualsiasi museo che aveva visto. Le pareti geometriche, i disegni quadrati sul pavimento… Serah continuava ad avanzare come in trance.
I percorsi e le strade erano piuttosto complessi, ma lei non si perse mai. Come in precedenza, la strada davanti a lei diventava più luminosa non appena la raggiungeva, mostrandole la via e aiutandola ad andare sempre più in alto.
Si chiese per quale motivo era stato costruito quel posto. Le tornarono alla mente domande che si era fatta tante volte nel corso degli anni. Non sembrava che quel posto fosse fatto per qualcosa di malvagio. Non percepiva nulla di maligno nell’aria.

“Ma… sono un po’ stanca. Non penso che sarà in grado di arrivare fino in cima…”
Era già passata attraverso tante scale, tanti passaggi e piccole stanze. Si riposò per un attimo contro le scale, e guardò giù. Non era arrivata nemmeno a metà. Senza dubbio queste erano le stesse rovine delle quali aveva pensato che potessero quasi toccare i cieli. Non sarebbe stato facile raggiungere la cima di quel luogo.

“Ancora un piccolo sforzo…”
Pensò che, se doveva comunque tornare indietro, avrebbe potuto benissimo arrivare anche a metà strada. I piedi erano stanchi, ma andò avanti. Respirava pesantemente, avanzando lentamente lungo le scale, quando qualcosa catturò il suo sguardo.

“Che meraviglia!”
Sul bordo del pianerottolo successivo c’era una colonna di luce. A differenza delle luci presenti lungo il percorso, era una luce tenue e di colore verde.

“Mi riposerò qui. Quella luce probabilmente indica che si tratta di una zona di riposo.”
Quando si avvicinò, vide che c’erano altre colonne di luce in alto. La luce la inondò, cancellando la sua stanchezza. Sì, questa deve essere una zona di riposo, pensò, mentre si appoggiava al piedistallo.
Improvvisamente sentì un rimbombo dall’interno delle rovine. Sorpresa, Serah si rizzò in piedi. Il pavimento e le pareti davanti a lei iniziarono a muoversi. Si rese conto di essere stata fin troppo ottimista riguardo a quelle colonne di luce. Non segnalavano un’area di riposo, ma un qualche tipo di trasportatore.

Preoccupata, Serah si guardò intorno. Le rampe di scale erano diventate piatte, i percorsi erano diventato muri, tutto l’interno dei Resti stava cambiando. Al piano inferiore, un enorme cilindrò cadde giù con un lamento. Mi chiedo se sia una fonte di potere, pensò.

D’un tratto, le scale davanti a lei sparirono. Pensò che si sarebbero trasformate, come le altre, in un sentiero piatto, ma non fu così. Non c’era nulla lì. Si trasformarono in un vicolo cieco.

“Ora cosa faccio?…”
Il rimbombo si fermò e tutto divenne di nuovo silenzioso. Ebbe solo un breve momento di sollievo prima che uno strano disegno rosso si mise a fluttuare nell’aria di fronte a lei. Era lo stesso strano disegno che aveva visto sui pavimenti inferiori. Tuttavia, pensò che l’aveva già visto prima, ancor prima di arrivare lì. “Dove l’ho già visto?”, si chiese.
Il disegno rosso sfolgorò improvvisamente di una luce chiara. Serah si coprì il volto. Nell’aria apparve una strana tavola. Non esattamente una tavola, ma piuttosto una specie di pavimento che galleggia nell’aria.

“Questo è… una specie di ascensore, giusto? Un ascensore antico.”
Aveva visto ascensori antichi, quando aveva visitato uno dei siti storici di Cocoon. Ma questo “ascensore” era molto diverso da quelli che aveva visto.
“Immagino che debba semplicemente salirvi sopra e stare vedere.”
Serah saltò sulla piattaforma. Non pensò nemmeno che sarebbe potuto essere pericoloso. Proprio come le luci lungo i sentieri e le scale, l’ascensore si fece più luminoso, invitandola a salire. Aveva ragione, l’ascensore iniziò a muoversi lentamente verso l’alto. Serah si sentì soddisfatta al pensiero che l’ascensore l’avrebbe portata fino in cima.

Il soffitto si fece più vicino. La luce divenne così luminosa da far male. Finalmente l’ascensore si fermò. “Ho raggiunto il piano più alto?”, si chiese Serah. L’aria qui sembrava più fredda rispetto a quella in basso.

“Queste sono… particelle di cristallo?”
C’erano milioni di piccole luci scintillanti che fluttuavano nell’aria fredda. Più che pensare che tutto ciò fosse stupendo, sentì, da qualche parte nel profondo, che si trattava di qualcosa di sacro.
Raddrizzò la schiena e camminò attraverso le particelle brillanti che affollavano l’aria. Questa è una di quelle volte in cui senti di voler pregare, pensò.
Le porte si aprirono, come per dirle che avrebbero risposto presto a tutte le sue domande. Entrò. Era buio. Iniziò a preoccuparsi e a pensare che quello poteva essere un posto nel quale non sarebbe dovuta entrare. Ma il sentiero si illuminò. Non era luminoso quanto il percorso sul quale era stata prima, ma non era nemmeno scuro. Questa deve essere la strada giusta, pensò.
Serah continuò e la luce divenne lentamente più chiara. Sì, è giusto, si disse, sono sul percorso giusto.
“C’è qualcosa… laggiù?”
Non riusciva a vedere bene nella luce tenue. C’era qualcosa davanti a lei, qualcosa di enorme. Qualcosa di vivo. E si sta muovendo. All’interno di esso, luccicò una luce fredda.

“Un cristallo!? Ma, ma… perché?”
Subito dopo, il cristallo sprigionò una luce accecante. Era pure luce bianca, così chiara che Serah dovette chiudere gli occhi. Ma un’immagine si formò nella sua mente. Era grande e orribile.
“Cosa… cos’è!?”
Urlò, ma dalla sua bocca non uscì alcun suono. Quella cosa grande e orribile si innalzò e si contorse. Qualcuno piangeva, ma non riusciva a sentirlo. No, no, riesco a sentirlo. È una canzone. Qualcuno sta cantando. Che canzone è questa? Cosa significa?
Poi, non riuscì più a pensare. Tutto si fece buio.

Capitolo 5

Lightning aveva pensato di girovagare un po’ prima di andare al lavoro, ma si ritrovò al centro commerciale.
Ogni anno, turisti da tutte le parti venivano a Bodhum per assistere al festival dei fuochi d’artificio. Il festival era celebrato fin dai tempi antichi, e c’erano alcune leggende attorno ad esso. La più popolare era: “Se preghi davanti ai fuochi d’artificio, i tuoi desideri diverranno realtà”. Solo quello e nient’altro. Tutto ciò che bisogna fare è pregare. Probabilmente, dato che era così semplice, alla fine era diventata una cosa creduta per decenni e anche di più.

Tutti hanno dei desideri. Non importa quanto tu sia felice, ci sarà sempre qualcosa che potrà renderti ancora più felice. Per questo motivo la notte del festival le porte di Bodhum accoglievano un numero di persone di gran lunga maggiore del solito. Con così tante persone riunite tutte in una volta, gli incidenti non erano rari. Per questo, la notte del festival il Reggimento di Sicurezza di Bodhum andava in pattuglia. Quella notte Lightning era la responsabile dell’area tra il centro commerciale e la spiaggia.

“Probabilmente è una buona idea controllare la zona prima di andare in pattuglia”, pensò. “Posso rendermi conto di dove sono i vari negozi, decidere in che luoghi manderò i miei soldati e cosa dovrò fare per prevenire incidenti. Per esempio, dovrei posizionare molte guardie intorno a questo negozio di accessori, o per lo meno dire agli incaricati di stare all’erta. Qualunque negozio che contenga gioielli sarà in pericolo di furto.”

Vide attraverso una delle vetrine e qualcosa attirò la sua attenzione. Una lunga collana dalla catena delicata era in esposizione. Il pendente era di Cocoon ed era un qualche oggetto dalla forma strana. Lightning non sapeva molto di gioielli, ma le sembrava qualcosa che sarebbe potuto piacere a Serah.

Girando un po’ per il centro commerciale, Lightning iniziò a rendersi conto di quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che era stata lì con Serah. “È passato molto tempo dall’ultima volta che siamo andate a fare shopping insieme.”, pensò. “Da quando sono entrata nell’esercito.”

Tutto ad un tratto sentì un senso di colpa. Dopo che era entrata nell’esercito, aveva pensato che una volta che si fosse abituata al lavoro avrebbe avuto tempo per Serah. Ma era passato un anno, e si era assunta maggiori responsabilità. Era diventata ancora più occupata. Prima di rendersene conto, non solo non uscivano più insieme, ma erano diventati rari anche i momenti in cui facevano conversazione.

Quando si era arruolata, Serah frequentava ancora le scuole medie. Sicuramente era preoccupata riguardo a cosa fare dopo gli studi o riguardo le sue relazioni con gli altri. Tutti hanno problemi a quell’età. Forse voleva chiedere a Lightning consigli su molte cose. Ma no, Lightning era troppo occupata a lavorare per ascoltarla.

Serah probabilmente si era sentita sola. Forse avrebbe voluto semplicemente qualcuno con cui parlare… ecco perché aveva finito per essere attratta da un prepotente come Snow. “Se è quello il motivo…”, pensò, “allora è stata tutta colpa mia. Se solo fossi stata presente per Serah… anche se ero occupata, avrei potuto dedicarle del tempo. Perché non l’ho fatto? Ho giurato sulla lapide di mia madre che l’avrei protetta, ma l’ho fatta solo sentire sola, tanto che si è messa insieme a quell’uomo orribile. Ed è tutta colpa mia…”

“Oh, che carino!”
Lightning si girò appena sentì quella voce allegra. Una madre e suo figlio si erano fermati davanti a una gabbia del negozio di animali.
“Ti piacciono queste cose, mamma?”
“Cosa? Ma piacevano anche a te. Stavi sempre davanti al negozio a piangere, dicendo ‘Ne voglio uno, ne voglio uno’!”
“E quanti anni fa?”
“Non tanti… solo dieci.”

La madre e il figlio stavano guardando nella gabbia. Anche da dietro si poteva capire che si volevano molto bene. I capelli del figlio erano argentati, mentre quelli della madre di un colore più caldo. Anche se il colore dei capelli era differente, le loro facce erano simili. Dicono che i figli maschi somigliano sempre alle loro madri. Per la sua altezza, il ragazzo doveva avere quattordici o quindici anni. La giacchetta color arancione brillante che indossava lo faceva sembrare ancora più grande. “Io avevo quell’età quando mia madre morì.”, pensò lei con un velo di tristezza.

“Questi sono molto bravi con i bambini. Sono intelligenti e si affezionano facilmente ai loro padroni.”, disse loro il proprietario del negozio di animali mentre prendeva un piccolo uccello da uno dei contenitori e lo metteva in una gabbia. Era un cucciolo di chocobo.

“Al giorno d’oggi questi animali sono introvabili. Il negozio a Euride ne ha presi alcuni l’altro ieri e sono già finiti. Presto gliene dovremo spedire di nuovi.”
“Quando eravamo piccoli non erano così popolari come adesso”, pensò Lightning. Ma un paio di persone della sua classe avevano dei cuccioli di chocobo. Serah aveva un amico con cui giocava spesso che ne possedeva uno. I suoi occhi brillavano sempre quando ne parlava.

“Allora, volete comprarne uno?”
“Oh no, sfortunatamente siamo in vacanza. Sarebbe difficile portarlo da qui fino a Palumpolum.”

La parola “vacanza” diede a Lightning un’idea. Una vacanza. Sì, poteva essere una buona idea.
Sarebbe stato un bel modo per farsi perdonare da Serah di averla fatta sentire così sola. Avrebbe potuto portarla da qualche parte. Nonostante non potesse prendersi una lunga vacanza, buttando via un po’ di giorni liberi avrebbe potuto andarsene con lei via per un breve viaggio. Appena il festival fosse terminato, il suo orario di lavoro sarebbe diventato più flessibile e il suo piano sarebbe potuto diventare realtà.

“Il giorno del mio compleanno”, pensò, “potremmo parlare di questa cosa”. Il giorno del compleanno di Lightning cenavano sempre insieme. Serah le dava poi un regalo, che aveva scelto solo dopo aver pensato a lungo. Questa volta, Lightning l’avrebbe ringraziata del regalo proponendole l’idea della vacanza. Solo per loro due.

In vacanza, avrebbe ascoltato qualsiasi cosa Serah avesse voluto raccontarle, per compensare tutto il tempo che avevano trascorso senza parlare. Si sarebbero divertite e avrebbero mangiato piatti deliziosi. Ovviamente, al ritorno, Lightning avrebbe trovato tempo a sufficienza per parlare con Serah. Non l’avrebbe più lasciata sola. Se non fosse più rimasta sola, sicuramente avrebbe aperto gli occhi e si sarebbe resa conto di essere stata quasi ingannata da quell’uomo spregevole. E allora, sarebbe andata all’università di Eden. Se si fosse fatta molti amici nuovi in posti nuovi, probabilmente si sarebbe dimenticata di Snow.

Lightning decise che era un’idea eccellente. E tutto grazie a quella madre e a suo figlio. Voleva girarsi per ringraziarli, ma non erano più davanti al negozio di animali. Li vide mentre camminavano insieme in mezzo alla folla. Sembravano così felici che Lightning pensando a loro sentì calore dentro di sé.

“Grazie.”, pensò Lightning. “Spero che vi godiate il resto della vostra vacanza”.

Capitolo 6

Sentì una voce nell’oscurità. Diceva “l’Cie”. Era una voce che suonava come se dovesse scomparire in un istante.
“Perché…”
Questa era una voce diversa, più chiara.
“Perché hai scelto qualcuno di Cocoon?”
Chi stava parlando? Di cosa stavano parlando? Voleva chiedere “Chi siete?”, ma scoprì che non poteva parlare. Non poteva nemmeno aprire gli occhi né muovere le dita. Non poteva muoversi affatto. Si sentiva come se stesse fluttuando. “Cosa sta succedendo?”, si chiese. Non appena pensò ciò, l’oscurità si fece ancora più profonda. Senza nemmeno pensare di lottare, cadde all’indietro, priva di sensi.

Sentì il caldo sulle palpebre. Nell’aprire gli occhi, vide il cielo blu sopra di lei. Non solo il cielo, ma l’esterno dei Resti. Come era arrivata lì fuori, stesa a terra, era una mistero. Timidamente, provò ad alzare la mano destra. Riusciva a muoverla. Così provò con la sinistra. Oh bene, pensò, riesco a muovere entrambe le mani. Si tirò su lentamente, ma le girava un po’ la testa. Si appoggiò con entrambe le mani contro il terreno e rimase seduta un momento.
“Cos’è successo?”, pensò. Stavo camminando attorno ai Resti. E poi? Poi ho visto che c’era un’apertura, così sono entrata. E poi? Poi c’erano un sacco di scale che ho percorso, su, sempre più in alto, nelle profondità delle rovine… Ho visto un grosso cristallo. E poi una luce di un bianco puro. Dopo questo, non riesco a ricordare altro. Come se quella luce abbia bruciato tutto. Cos’è successo? Cos’era quella luce?

“Perché hai scelto qualcuno di Cocoon?”
Si ricordò di quella voce. Se l’era sognata? Probabile. Era svenuta e rinvenuta, e non c’era stato il minimo segno di umani nelle rovine. Ma prima di perdere coscienza, aveva visto quella strana cosa. No, non strana. Orribile, ripugnante. Il suo nome… no. No, era un sogno. Era un orribile incubo.
“Ma”, pensò Serah, “se sono qui, allora significa che nelle rovine ci deve essere stato qualcuno. Ero priva di sensi, dev’esserci stato qualcuno che mi ha portata fuori”. Cercò di ricordare.
C’era un’altra cosa che aveva sentito. Sì, “l’Cie”. L’Cie? Quel l’Cie? No, Serah scosse la testa. I l’Cie non sono nient’altro che una vecchia storia. Anzi, una favola o una leggenda.
Sentiva un lieve battito nel profondo della sua testa. Quando era caduta, probabilmente aveva colpito qualcosa. Si chiese se si era fatta male da qualche altra parte. Mosse le gambe, ma non le facevano male. Alzò la testa, ma stavolta non le girava più. Aggrappandosi alla parte esteriore delle rovine, si tirò su. Le gambe le tremavano un po’, ma riusciva a stare in piedi.
Non era ferita. Emise un sospiro di sollievo. Poi i suoi occhi si posarono sulla macchia nera che le copriva il braccio sinistro. “Ugh”, pensò, girandosi a guardare.

“Cosa… cos’è questo?”
Aveva un disegno nero che le copriva la parte superiore del braccio. Era troppo elaborato per essere stato disegnato come scherzo, ed era diverso dal tatuaggio che Lebreau aveva sulla spalla.
“Spero di riuscire a lavarlo via. Se non ci riesco… che faccio se non ci riesco?”
Lo toccò con la punta delle dita, e sobbalzò. Aveva già visto quel disegno. Era complesso e fatto di tante frecce. Il disegno che aveva sul braccio non era esattamente uguale, ma era simile. Sì, l’aveva visto diverse volte all’interno dei Resti, ed era lo stesso che aveva visto in quella luce rossa…
“Oh!”
Esclamò Serah dolcemente. Si era appena ricordata. La prima volta che aveva visto il disegno dei Resti, aveva pensato di averlo già visto prima da qualche parte. Sì, ne era certa. Molto tempo prima, in un libro preso in prestito dalla biblioteca. Molto tempo prima, quando i nemici erano stati mandati da Pulse per attaccare Cocoon, il fal’Cie di Cocoon aveva trasformato gli umani in l’Cie, rendendoli i suoi servi e donando loro poteri speciali. I l’Cie avevano lottato per proteggere Cocoon. Stava scritto nelle cronache della Guerra dell’Oblio.
Il fal’Cie di Pulse aveva creato a sua volta dei l’Cie dai barbari, e li aveva mandati su Cocoon. Era in quella pagina che aveva visto il disegno, lo stesso disegno che ora si trovava sul suo braccio. Sotto di esso, una didascalia diceva: “Lo Stigma dei l’Cie – Pulse – Riproduzione”.

“Sono una l’Cie?”
Una l’Cie di Pulse.
“No. No, non può essere.”
Quello era solo uno scherzo crudele. Uno scherzo da parte di quella voce che aveva sentito nelle rovine.
“Perché hai scelto qualcuno di Cocoon?”
Il suo cuore saltò un battito. Quelle parole. Era come se intendessero dire “Perché hai scelto qualcuno di Cocoon, quando normalmente sceglieresti qualcuno di Pulse?”. Voleva dire che ci dovevano essere persone al di fuori di Cocoon.
“Su Pulse…?”
Ma certo. I Resti provenivano da Pulse. La voce aveva detto “Perché hai scelto qualcuno di Cocoon, quando normalmente sceglieresti qualcuno di Pulse?”. Quella voce non ci vedeva niente di strano nello “scegliere”. Il che significava che sapevano che quello era il posto nel quale venivano scelti i l’Cie. E colui che sceglieva i l’Cie era il fal’Cie.
Il che significava…
“Il fal’Cie di Pulse è dentro i Resti?”
Ora tutto aveva un senso. Le particelle di cristallo nell’aria, il grosso cristallo che aveva visto prima di perdere i sensi… Se il fal’Cie era lì, tutto aveva senso. Serah aveva visto il fal’Cie, che l’aveva trasformata in una l’Cie. Era stato il fal’Cie di Pulse, quello che porta distruzione alle persone di Cocoon.
I l’Cie scelti dal fal’Cie di Cocoon erano “Servi Sacri”, ma quelli del fal’Cie di Pulse erano “Pedine del Diavolo”, e nemici di Cocoon.
“Lo sono? No. No, deve essere una bugia. Non può essere…”
Serah si sfregò il marchio nero sul braccio fino a farsi male. Non andava via.
“Questo è solo un terribile scherzo!”
Si sfregò il braccio ancora più forte. Sobbalzò. Lo Stigma stava cambiando. Non stava venendo via, ma la forma e il colore erano cambiati.
“No, non esiste…”
Non era semplicemente scarabocchiato sul  braccio. Era inciso.
“No, no, no, non lo voglio.”
Si accasciò con le ginocchia vicine al mento. No, non può essere. È solo uno stupido errore. Provò a convincersi, ma ogni volta che vedeva quel marchio sul braccio perdeva la speranza. Non poteva negare quel che sapeva. Sarebbe stato più facile se non avesse saputo niente.

“Snow… Lightning… ho paura.”
Non faceva freddo, ma le sue spalle tremarono. Le lacrime le scivolarono lungo il viso.
“Aiuto. Snow…”
Pianse solo per un momento. Snow arriverà presto, pensò. Non voglio che mi veda in questo stato. Quest’orribile marchio. Ora sono un pericolo per Cocoon.
Calmò le gambe tremolanti e si mise in piedi. “Devo andarmene da qui”, pensò, “subito. Prima che torni Snow”. Fu l’unico pensiero che la spinse a muoversi.

Capitolo 7

“Dove andrebbe Serah?”, si chiese Lightning.
Il solo fatto di pensarci la fece sorridere. Camminando per il centro commerciale, i passi di Lightning erano più leggeri del solito. Era stata la sua prima volta in un’agenzia di viaggio, ma il personale era stato gentile nei suoi confronti. Le avevano detto che c’erano un sacco di posti nei quali sarebbero potute andare anche per una breve vacanza. Le avevano perfino spedito delle informazioni all’indirizzo di casa. Ora il giorno del suo compleanno avrebbero potuto guardarle insieme e fare programmi. Sarebbe stata la loro prima vacanza insieme. Era sicura che avrebbe reso Serah felice.

Il pensiero del sorriso di Serah illuminò e scaldò il suo cuore. “Il mio tesoro”, pensò
Lightning. “Per lei farei qualsiasi cosa”, giurò nel profondo del suo cuore. “Mi dispiace, Serah”, pensò, “per non essere stata presente per te. Ma non voglio che tu ti senta più sola. Non userò il mio lavoro come scusa. Lo prometto.”
Si sentiva come se, dal giorno della morte di sua madre, non avesse fatto altro che correre in avanti. Non dovrei più avere fretta, dovrei prendermi il tempo per fermarmi e rilassarmi. Per Serah e per me stessa.

Nella folla, vide due persone vestite in modo bizzarro. Una aveva i capelli neri e portava dei vestiti che sembravano una combinazione di quelli dell’uomo stravagante e della donna mezza nuda che aveva visto il giorno prima. “Sembra che sia destinata ad incontrare donne dai capelli neri ultimamente”, pensò Lightning. Ma a differenza della donna del giorno prima, questa le dava l’impressione di possedere un coraggio selvaggio. Forse era solo il taglio dei suoi vestiti blu che la faceva sembrare tale. La donna insieme a lei indossava lo stesso genere di vestiti. Probabilmente stavano indossando la stessa marca di vestiti. Forse erano in visita da Eden.

“Non capisco niente di moda.”, disse sospirando.
“Cos’è che non capisce?”, disse una voce familiare alle sue spalle. Era il Tenente Amodar.
Lightning si chinò leggermente, e indicò le due donne che stava guardando poco prima.
“I vestiti che indossano quelle due…”
Non c’erano più. Forse erano andate in qualche negozio.
“Due donne?”
“No, lasci stare. Stavo solo dicendo che non so molto riguardo alla moda del momento.”
Inclusi quei due che ho visto ieri, aggiunse in silenzio. Non capisco proprio.
“Be’, forse lei no. Ma che mi dice di sua sorella? Non è interessata a… alla moda del momento?”
“Se lo fosse, vorrebbe indossare quel genere di vestiti…”
Non glielo permetterei, stava per dire. Ma si fermò. Amodar la stava prendendo in giro di nuovo. Lightning rise amaramente, “questo è il Tenente che ti trovi”.

“È strano trovarla al centro commerciale prima del lavoro, Sergente. Sta facendo shopping, per caso? Cerca l’ultima cosa alla moda?”
“Smettiamola di parlarne, per favore.”
Lo disse così bruscamente, che Amodar fece gesto di arrendersi.
“Sto ispezionando l’area, dal momento che questa sarà la mia zona di pattuglia durante il festival. Ci saranno un bel po’ di cambiamenti da fare in questo centro commerciale.”
“Sono felice che lei lavori così duramente, ma non pensa che dovrebbe aspettare fino al giorno del festival prima di mettersi ad ispezionare?”

“Be’, lei per quale motivo è qui, Tenente?”
Decise di punzecchiarlo a sua volta. Conosceva già la ragione. Si conoscevano da tanto tempo.
“Be’, per il suo stesso motivo.”
“Non ha niente da fare allora, giusto?”
“Un vecchio come me può diventare piuttosto smemorato. Mi sarò già dimenticato tutto entro il giorno del festival.”
Si guardarono l’un l’altra e risero.
“Spero che tutto vada liscio al festival di quest’anno.”
Entro otto giorni il cielo sopra Bodhum pullulerà di fuochi d’artificio. Sarà la notte in cui si riuniranno tutte le persone desiderose che i loro sogni diventino realtà. Il giorno successivo sarebbe stato il ventunesimo compleanno di Lightning. Sarebbe stata la prima volta, dopo tanto tempo, in cui avrebbe potuto veramente parlare con Serah. Quel pensiero le riempì il cuore di eccitazione.
“Oh-oh, non possiamo starcene qui tutto il giorno. È ora. Andiamo.”
Lightning si stirò i vestiti e guardò in avanti. È ora di lavorare. Era l’ora, per lei, di diventare un soldato.
“Ricevuto, Tenente.”

La luce del sole pomeridiano era luminosa. Zigzagando tra gli acquirenti felici, i due camminavano velocemente. Lei sentiva la gente parlare di cose sciocche e ridere allegramente. La città marittima di Bodhum era piena di scene del genere. Lightning le osservava, credendo che anche Serah stesse facendo lo stesso.