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Final Fantasy XIII / Episode i / Parte VII

“Ovviamente, lo sapevo. Ovviamente sapevo già cos’era successo. Ma nel vederlo con i miei stessi occhi mi sentii… confusa. Persa. Provai questo nel sapere che era tutto vero. Tuttavia, ora che lo so, so anche che posso fare qualcosa. Posso cambiare le cose, anziché lasciare semplicemente che accadano. In quel momento mi sentii forte e coraggiosa”.
Serah alzò la testa e guardò in direzione di Cocoon: un pianeta distrutto, in rovina. E vide il cristallo che lo sosteneva.
“Mi chiedo che tipo di sogni faccia Vanille ora. Quando ero un cristallo, osservavo tutti quanti… ci sta osservando anche lei in questo momento?”
I ricordi di ciò che era successo in seguito alla sua trasformazione in cristallo erano confusi, ma ricordava tutti gli eventi successivi a ciò che era accaduto al Lago Bersah. Snow le era stato vicino. Si era sentita così impotente, ma Snow le era rimasto accanto. Forse era stata in grado di sentire la sua voce e di vedere ciò che vedeva perché lui aveva portato con sé quella lacrima di cristallo.
Tutti quelli che venivano trasformati in cristalli facevano sogni diversi. Sembrava che quel bambino, Dajh, avesse sognato di giocare con tanti, tantissimi Chocobo. Oppure era stato suo padre (come si chiamava, Sazh?) che aveva voluto far vedere a suo figlio tutti quei bellissimi sogni.
Forse era davvero così. Dato che Snow aveva voluto con tutto il cuore che Serah fosse con loro, lei aveva fatto quei sogni. Oppure era successo perché era stata lei a desiderarlo. Non avrebbe mai saputo la verità.
Stare accanto a Snow nei suoi sogni l’aveva aiutata, l’aveva sostenuta. Se fosse rimasta per tutto il tempo sola, in quel sonno gelido, il suo cuore si sarebbe consumato ancor prima di riuscire a svegliarsi.
Sperava che Vanille stesse facendo sogni stupendi e che tutti potessero essere insieme un giorno.
“Stiamo per… intraprendere un lungo viaggio. Partiamo ora”. La voce di Sazh riportò Serah alla realtà. Dajh stava ridendo e stringeva la mano di Serah.
“Ciao ciao! A presto!”
“Arrivederci, Dajh. Spero di rivederti presto”.
Si ricordò di quando si era svegliata: il sorriso di quel bambino era stata la prima cosa che aveva visto, mentre la sua voce innocente era stata la prima cosa che aveva sentito. Aveva preso la sua mano e insieme avevano compiuto i primi passi su Gran Pulse. Insieme erano tornati alla realtà. “Grazie”, sussurrò Serah, e sorrise.
Il soldato disse a Sazh di sbrigarsi. “Coraggio, papà deve andare”, disse Sazh, allungando il passo.
“Ecco che se ne vanno…”, sussurrò Hope, al fianco di Serah. Poi, li raggiunse un altro soldato, correndo.
“Ehi, abbiamo trovato tuo padre. Arriverà con il prossimo aereo, uno di quelli che trasportano i rifornimenti”.
“Mio padre?!?”
“Esatto, sarà qui tra pochi minuti”.
Non erano in molti a sapere che Bartholomew Estheim, il padre di Hope, era il padre di un l’Cie. Tuttavia, c’erano persone che lo sapevano. Probabilmente era stato fatto salire su un aereo da rifornimento per evitare che qualcuno lo riconoscesse.
“Una volta atterrato, faremo in modo che possiate incontrarvi da un’altra parte, lontano da qui”.
“Grazie… grazie mille”.
“Non devi ringraziare me. Dobbiamo sbrigarci e approfittare della confusione presso il punto di atterraggio in modo che voi due possiate fuggire”.
Il soldato fece fretta a Hope, e questo lasciò il resto del gruppo. Non ci fu tempo per le parole d’addio. Li guardò semplicemente negli occhi, salutandoli con un cenno del capo.
“Se ne stanno andando tutti velocemente”, disse Snow con un velo di tristezza. Aveva sempre odiato rimanere da solo.
“Sì, è triste, ma… stanno raggiungendo le loro famiglie”.
“Già… lo so. Urrà, urrà”.
Anche se si stavano dividendo, nulla poteva cambiare il fatto che avevano viaggiato insieme. Non importava quanto fossero lontani tra loro, sarebbero sempre stati legati in qualche modo. Esattamente come con Vanille e Fang, nonostante queste dormissero nel cristallo.
“Lo sai: questa non è la fine”.
Nient’affatto. Quello era solo l’inizio. Ognuno di loro avrebbe intrapreso la propria strada, tenendo per mano le persone che gli erano più care e camminando verso il futuro.
“Già… perfino io posso fare qualcosa”
“Ehm, Snow… Stavo pensando, cioè, penso… di voler diventare un’insegnante”.
“Vuoi diventare un’insegnante di scuola?”
“Sì. Ovviamente non esistono scuole in questo momento e non ci sono neppure case… ma ci sono tantissimi bambini. Avremo bisogno di scuole e insegnanti”.
Aveva pensato a lungo a cosa potesse fare, ad un modo per ricostruire il paradiso che la gente aveva perduto. Ed era giunta a quella conclusione.
“Quando farò l’insegnante, voglio poter dire a quei bambini il motivo della rovina di Cocoon… ciò che è accaduto esattamente…”
Avevano vissuto accettando semplicemente ciò che il fal’Cie aveva dato loro. Avevano vissuto senza pensare alla propria vita, senza mettere in dubbio quel falso paradiso. Era stato un errore. Serah voleva che quei bambini vivessero su Gran Pulse sapendosi prendere cura di sé stessi ed essendo in grado di stare in piedi sulle proprie gambe.
“Tra dieci o vent’anni, tutti questi bambini saranno adulti. Contribuiranno a costruire la nostra nuova città. All’inizio saremo soltanto in grado di costruirne una piccola, ma con il loro aiuto crescerà”.
“Mmm… penso che ti si addica”, annuì Snow sorridendo. “Vuoi creare il futuro”.
Almeno un paio dei bambini a cui avrebbe fatto da insegnante sarebbero diventati insegnanti a loro volta. Questi avrebbero insegnato ad altri bambini, che poi sarebbero diventati insegnanti, e via dicendo, costruendo il futuro passo dopo passo.
“D’accordo! Costruirò una scuola enorme per te. Grande così!”, disse Snow, spalancando le braccia”.
“Una città con una grossa scuola e tante case… Ne avremo bisogno il prima possibile, giusto?”
Se non smetti di credere nei tuoi sogni, questi si avvereranno. Serah sognava un’enorme città che si estendeva sulla superficie di quella terra desolata. Forse, a tanti anni di distanza dalla sua morte, in un futuro lontano, Gran Pulse sarebbe stata definita come un paradiso. Non un falso paradiso, ma uno vero, creato dalla gente con le proprie mani.
“Ehi, Lightning…”, disse Serah ad un tratto. Voleva sapere se sua sorella era d’accordo. Ma in quel momento ebbe una strana sensazione. Come se qualcosa la stesse circondando in un modo che non aveva mai provato prima. Quella sensazione sparì immediatamente.
“Lightning?”
Lightning non era più dov’era fino ad un momento prima. Serah ebbe come un presentimento… un brutto presentimento.
“Cosa?”. Serah si guardò alle spalle e aprì gli occhi.
“Io… cosa?”
Ora la torre di cristallo sembrava più lontana di quanto lo fosse prima. Era sicura di aver camminato verso di essa. Forse si sentiva così strana perché si era appena svegliata…
“Dove… dove sei?”, disse con voce tremante. Serah si mise le mani sulle guance, confusa.
Lacrime…