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Final Fantasy XIII / Episode i / Parte IV

“Ehi, ehm… mi scusi. Avete abbastanza piloti?”, chiese Sazh al soldato. Nel momento in cui Hope aveva chiesto se avrebbe potuto essere d’aiuto, a Sazh era venuto in mente che avrebbe potuto fare qualcosa anche lui.
“Con tutte le persone che dobbiamo evacuare, più piloti ci sono meglio è”.
Sazh guardò in direzione di Cocoon. Anche se un terzo di Cocoon era andata perduta, ci sarebbero voluti molti viaggi per trasportare la popolazione rimasta.
“Sì, giusto, però…”
“D’accordo, allora. Finché se ne starà in cabina, non dovrà preoccuparsi che la vedano in faccia”.
Le aeronavi non venivano usate solo per volare da Cocoon a Gran Pulse. Su Cocoon c’erano smottamenti, edifici rovesciati e persone che dovevano essere soccorse. Di conseguenza, erano necessarie le aeronavi più piccole, in grado di raggiungerle. E, naturalmente, piloti che le facessero volare.
“In realtà… la verità è che abbiamo bisogno di molte più persone di quelle di cui disponiamo”.
“Almeno lo PSICOM ha smesso di combattere. Tutta questa storia ha portato a qualcosa di buono”.
Alla base della colonna di cristallo, i soldati vestiti di blu lavoravano insieme allo PSICOM. Trasportavano preziose provviste e facevano il possibile per essere d’aiuto. Stavano lavorando per assicurarsi che i cittadini di Cocoon fossero in salvo. Un altro miracolo, pensò Sazh.
“Mi può mostrare la patente?”
“Lascia stare, ci serve chiunque sia in grado di volare”, disse un altro soldato.
In teoria, Sazh era abilitato solamente a guidare veicoli civili ma, in un caso di emergenza come quello, nessuno sarebbe stato così fiscale da impedirgli di guidare un’aeronave militare.
“Certamente… Ah, con me c’è anche mio figlio. Vi sarei grato se poteste darmi un’aeronave dotata di una cabina abbastanza spaziosa”.
Sazh non era pronto a lasciare che qualcun altro si prendesse cura di Dajh in quel momento. Una volta che tutto fosse tornato alla normalità, avrebbe riportato Dajh all’asilo. Quella, però, era una situazione particolare. Non voleva perderlo d’occhio nemmeno per un istante.
Tutto era iniziato quel giorno, a Euride. Solo per un istante, aveva perso di vista Dajh. Era stato imprudente, aveva pensato che suo figlio fosse abbastanza grande da non essere costantemente controllato. Che disastro. Non l’avrebbe più perso di vista un secondo.
“Allora, Dajh…”, disse, appoggiando il bambino a terra e chinandosi accanto a lui. “Il tuo papà di lavoro fa il pilota. Il tuo lavoro qual è?”.
“Ehm… mangiare tanta pappa, giocare tanto, dormire, fare disastri, essere sgridato, dire che mi dispiace…”
Ogni mattina, prima di partire, sostenevano la stessa conversazione. Poi, una volta arrivati all’asilo, Sazh diceva: “Ecco, questo è il tuo posto di lavoro”.
“Giusto”, disse Sazh. “Ma oggi è un po’ diverso”.
“Diverso?”
“Oggi il tuo lavoro è controllare il lavoro di tuo papà. Ti siederai accanto a me e farai il bravo. Puoi farcela?”
A Dajh si illuminò il volto. Non aveva mai visto suo padre pilotare da vicino.
“Quando voleremo, non potrai alzarti né correre in giro. Capito? Per fare questo lavoro bisogna stare seduti e tranquilli, tu compreso”. Poi Sazh si rivolse al cucciolo di chocobo. “E tu non volare dappertutto, intesi?”. Il chocobo annuì con un cinguettio.
Ne approfittò per abbracciare Dajh ancora una volta. Una volta in cabina, non avrebbe potuto abbracciarlo così facilmente. I bambini crescono in fretta. In meno di dieci anni, Dajh avrebbe avuto la stessa età di Hope. Ogni istante era prezioso.
Una volta che Dajh fosse diventato adulto, avrebbe detto a Vanille e Fang: “Guardate, è diventato un uomo. Tutto ciò che è successo in passato non significa nulla. Che importa se è diventato un l’Cie quando era soltanto un bambino?”. Prima o poi, sarebbe arrivato il giorno in cui sarebbero stati capaci di ridere di tutto ciò che era successo.
“Bene, andiamo?”. Sazh volse lo sguardo verso la torre di cristallo e la vide brillare alla luce del sole. Era lì che dormivano due care amiche. “Ci rivedremo, un giorno”, sussurrò, dopodiché seguì il soldato, che lo scortò all’aeronave.