Nel corso del Comic Fiesta 2025, svoltosi il 20 e 21 dicembre, Naoki Hamaguchi ha avuto modo di parlare della trilogia di Final Fantasy VII Remake in un’intervista concessa a GamerBraves. Il director ha affrontato diversi temi centrali: dalla visione di lungo periodo del progetto alle difficoltà di reinterpretare un’opera iconica, passando per il dibattito sui minigiochi di Rebirth, l’evoluzione dei personaggi e il suo rapporto personale con Final Fantasy VI.
Fin dalle prime battute, Hamaguchi ha ribadito un punto chiave: Final Fantasy VII Remake non è mai stato concepito come una ricostruzione pedissequa del titolo del 1997. L’obiettivo del team, sin dalle fasi iniziali, era piuttosto quello di creare un’opera capace di riflettere l’intera storia di Final Fantasy VII, affermandosi al contempo come un’esperienza completa e autonoma.
Secondo il director, l’intento condiviso dalla leadership del progetto – inclusi il creative director Tetsuya Nomura e il producer Yoshinori Kitase – non era semplicemente quello di modernizzare il gioco originale, ma di inglobare anche gli elementi nati nel corso degli anni attraverso la Compilation of Final Fantasy VII: spin-off, prequel e opere collaterali che hanno ampliato in modo significativo l’universo narrativo della serie.
Con una mitologia così stratificata alle spalle, era inevitabile interrogarsi sui limiti imposti da un canone già consolidato. Hamaguchi ha però invitato a guardare la questione da una prospettiva più ampia, non limitata al singolo capitolo, ma all’intero progetto Remake:
«Non si tratta solo della prospettiva di realizzare un remake, ma dell’intero progetto Remake. Anche figure come il creative director Nomura e il producer Kitase non volevano semplicemente rifare il gioco. Volevano creare una storia che potesse includere la Compilation degli spin-off e l’anima che queste opere hanno generato nel corso degli anni, portandola all’interno di questo nuovo progetto e donando a Final Fantasy VII una sensazione di freschezza».
Questa ambizione ha posto interrogativi complessi, in particolare su quanto mostrare e quanto includere. Da un lato, il team voleva valorizzare personaggi e concetti introdotti negli spin-off; dall’altro, era fondamentale non alienare i giocatori meno familiari con quel materiale. Una sfida che ha richiesto un costante bilanciamento tra chiarezza narrativa, rispetto delle linee temporali e desiderio di rinnovare l’entusiasmo attorno al mondo di Gaia.
«Proprio perché si tratta di una sorta di compendio di tutte le storie nate dopo il FFVII originale, una delle questioni con cui ci siamo confrontati è stata: quanto mostrare, quanto includere, affinché anche i giocatori che non conoscono i personaggi introdotti negli spin-off potessero comprendere l’esperienza? Quando discutevamo dei limiti di ciò che potevamo esprimere all’interno di un singolo gioco, abbiamo dovuto tenere conto delle linee temporali. Allo stesso tempo, considerando i numerosi spin-off e le aggiunte all’universo di FFVII, che hanno introdotto personaggi molto amati assenti dall’originale, abbiamo valutato quanto potessimo includere per dare ai giocatori del Remake una rinnovata sensazione di vitalità ed entusiasmo».
Un altro tema inevitabile è stato quello dei minigiochi di Final Fantasy VII Rebirth, diventati uno dei principali punti di discussione dopo l’uscita del gioco nel 2024.
Secondo il director Hamaguchi, l’abbondanza di attività secondarie non rappresenta un problema esclusivo di Rebirth, ma una sfida comune a molti giochi moderni. Concentrarsi unicamente sulla progressione narrativa principale, infatti, rischierebbe di creare un ritmo costante e monotono, capace di generare noia nel lungo periodo.
«Seguendo solo la storia principale si tende a cadere nella trappola di avere sempre lo stesso ritmo. Di conseguenza, tendi ad annoiarti giocando. Per contrastare questo effetto e mantenere una sensazione di freschezza, abbiamo introdotto deliberatamente i minigiochi, così da offrire una maggiore varietà di esperienze e un buon ritmo complessivo».
Dai match di Regina rossa alle battaglie strategiche di Fort Condor, quasi ogni nuova area propone sfide diverse. Hamaguchi riconosce che non tutti i giocatori reagiscono allo stesso modo: alcuni apprezzano la varietà, altri preferirebbero concentrarsi esclusivamente sulla storia. Proprio per questo, la presenza dei minigiochi è stata pensata come una “mossa calcolata”, lasciando al giocatore la libertà di scegliere quanto approfondire.
A guidare questa decisione è stata anche una forte motivazione nostalgica. L’originale Final Fantasy VII era celebre proprio per la sua varietà di minigiochi, e preservarne lo spirito era considerato essenziale. Un’affermazione che, per molti fan, suona come una conferma implicita: anche la terza e ultima parte della trilogia seguirà questa filosofia.
Parlando invece dei personaggi, alla domanda su quale abbia subito il cambiamento più significativo durante il processo di remake, Hamaguchi ha indicato senza esitazioni Barret Wallace. Secondo il director, la rappresentazione originale di Barret era fortemente condizionata dai limiti tecnici dell’epoca, mentre la nuova trilogia ha permesso di esplorarne la personalità in maniera molto più profonda e articolata.
«Come creatore, tutti i personaggi sono speciali per me. Ma per quanto riguarda la serie Remake e l’introduzione di nuovi aspetti dei personaggi, in grado di coinvolgere maggiormente il pubblico, per me [la risposta alla domanda] è Barret. Nell’originale Final Fantasy VII, Barret era un personaggio figlio del suo tempo, molto contemporaneo e piuttosto schematico. C’erano limiti a ciò che si poteva fare con i personaggi, a ciò che si poteva mostrare. Oggi, invece, con la nuova personalità di Barret, con il tipo di giustizia che ricerca e le cose che desidera proteggere, è stato possibile visualizzare tutto questo, inserirlo nella storia e consegnarlo ai giocatori».
Il director ha sottolineato con soddisfazione i numerosi riscontri positivi ricevuti dopo l’uscita di Rebirth, segno che l’approfondimento psicologico del personaggio ha saputo coinvolgere il pubblico in modo più profondo.
Nel corso dell’intervista è emerso anche il nome di Final Fantasy VI, capitolo amatissimo della serie. In passato, il director aveva dichiarato che realizzare un remake di Final Fantasy VI rappresenterebbe per lui un progetto da sogno. Gli è stato quindi chiesto se elementi di FFVI abbiano influenzato il suo approccio alla serie Remake di FFVII.
«Ho giocato all’originale Final Fantasy VI da bambino, ed è stato una delle radici della mia formazione come videogiocatore – ha premesso –. Ora, come creatore di videogiochi, credo che questo emerga in qualche modo anche nei lavori che realizzo. Tuttavia, per quanto riguarda la produzione della serie Remake di FFVII, la base della storia era già stabilita, trattandosi di una reinterpretazione dell’originale Final Fantasy VII. Per questo motivo, dovevamo restare fedeli a FFVII, aggiungendo al contempo nuovi elementi per valorizzare al massimo l’opera originale in questa nuova incarnazione. In tal senso, proprio perché ci atteniamo allo script di FFVII, non c’è stata una volontà consapevole di incorporare temi o elementi specifici di FFVI nella nuova serie».
Hamaguchi ha poi ammesso di aver ricevuto numerose richieste dai fan affinché si occupi di un remake di Final Fantasy VI, ma ha espresso anche una forte esitazione personale:
«Sono coinvolto nel progetto di Final Fantasy VII Remake da circa dieci anni, dall’inizio alla fine, e ora che finalmente riesco a vedere la luce in fondo al tunnel, mi chiedo: dovrei essere io a occuparmi di un’altra serie remake? Dopo aver dedicato così tanto tempo a questo progetto, piuttosto che guidarne un altro, preferirei forse vedere un nuovo creatore prendere il comando, mentre io potrei restare in una posizione di supporto, facendo il tifo per lui, invece di essere ancora in prima linea».
A chiudere l’intervento, una riflessione sul passare del tempo e sul ricambio generazionale all’interno di Square Enix:
«Di recente, con la crescita e il cambiamento dell’azienda e l’arrivo di nuovi dipendenti, mi capita di notare che i più giovani non dicono più che Final Fantasy VI è il loro capitolo preferito. Dicono piuttosto: “Ah sì, il mio Final Fantasy preferito è il XIII”. Questo mi fa davvero percepire lo scorrere delle epoche».
Zell
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