«Nel 2012 ricevetti una telefonata dal nostro ex CEO, Yoichi Wada. Mi disse che c’era una bella gatta da pelare con Final Fantasy Versus XIII, un progetto separato da Final Fantasy XIII. Mi disse che stava valutando se cancellare o meno il progetto. Se l’avesse fatto, mi disse, avrebbe significato volerlo ricominciare da zero e portarlo verso una nuova direzione. Mi disse che magari avrei potuto affrontarlo io quel progetto.
Ogni videogioco implica problemi, certo. Ma con Final Fantasy Versus XIII il periodo per cercare di aggiustare i problemi si era allungato fin troppo. Era già in sviluppo da sei anni all’epoca. Non poteva continuare ad andare avanti nello stesso modo. Fu così che venni coinvolto nel progetto e iniziai a cambiarlo affinché diventasse Final Fantasy XV.
In realtà non accettai immediatamente l’offerta. Affrontai il mio team e ne parlai con tutti. Per la verità, circa il 90% del team era contrario al fatto che ci facessimo carico del progetto.
C’era parecchia avversione, sia perché il mio team non voleva fondersi con quello di Tetsuya Nomura sia perché sapeva quali ostacoli il progetto aveva incontrato.
Mi ci vollero circa sei mesi per stemperare il malcontento e assumere il controllo della situazione. Era fondamentale creare una squadra in cui tutti potessimo lavorare insieme ed essere sulla stessa lunghezza d’onda quando saremmo entrati nella fase di pre-produzione di Final Fantasy XV, perciò feci molta attenzione ad assicurarmi che il team fosse unito e che i suoi componenti lavorassero bene insieme. Feci perfino un discorso motivazionale.
Tirammo fuori numerose idee riguardo a quale sarebbe stato l’aspetto finale del gioco, e ci dividemmo in diversi team che partorirono idee da presentare ciascuno agli altri. Le due idee principali che saltarono fuori furono l’idea dei compagni/amici e quella del viaggio. Questo ci aiutò a stabilire i sistemi e le strutture del gioco. Quindi ci dividemmo in diversi team e lavorammo su diversi modelli da presentare. Fu un periodo davvero fruttuoso, perché non solo fu utile a livello di costruzione di un team, ma ci aiutò anche a mettere a fuoco la direzione del progetto.
All’inizio, usai un approccio di tipo “top-down” per rimettere le cose in carreggiata. Serviva che qualcuno dall’alto prendesse delle decisioni chiare, altrimenti le persone avrebbero avuto un’idea poco chiara di dove volevamo andare. Quando il progetto iniziò a prendere forma e slancio, passammo ad una seconda fase in cui ciascuna delle sotto-squadre poté seguire le proprie idee e lavorare un po’ più in autonomia. Ci fu pertanto un deciso cambio di stile».
~ Hajime Tabata

[EDGE Magazine, #314, gennaio 2018]