Il primo Dragon Quest, pubblicato su Famicom nel lontano 1986 nella terra del Sol Levante, è considerato da molti il padre che ha dato i natali e gettato le basi per il genere del videogioco di ruolo alla giapponese. Se Yūji Horii e il suo team non avessero dato vita a questa pietra miliare, ispirandosi a titoli occidentali come Wizardry e Ultima, il mondo dei videogiochi oggi non sarebbe lo stesso e serie come Final Fantasy e Pokémon probabilmente non avrebbero mai visto la luce.
Dragon Quest II, uscito a distanza di un anno dal suo predecessore, non è invece mai stato ricordato negli ultimi quattro decenni come un capitolo particolarmente degno di nota, sebbene espandesse in maniera significativa gli elementi presentati in precedenza: il mondo di gioco era molto più vasto e i mari risultavano esplorabili grazie a una nave ottenibile a un certo punto dell’avventura; non vi era più un singolo personaggio giocabile ma ben tre, e il canovaccio narrativo appariva leggermente più intricato rispetto agli standard dell’epoca. A minarlo erano però un grinding eccessivo e, in determinati frangenti, un numero troppo elevato di incontri casuali con i mostri.
Square Enix, conscia dell’importanza storica di queste due produzioni e reduce dagli ottimi risultati di vendita del rifacimento in HD-2D di Dragon Quest III (il capitolo più popolare di sempre in Giappone), ha deciso di riproporle con lo stesso stile grafico, rendendole più appetibili a un pubblico moderno grazie ad aggiunte narrative e a numerose quality of life che non intaccano minimamente lo spirito o la fedeltà al materiale originale.
Dragon Quest I & II HD-2D Remake è infatti una collection, uscita il 30 ottobre 2025 su tutte le piattaforme attuali (Nintendo Switch, PlayStation 5, Xbox Series X/S e PC), che racchiude in un unico pacchetto maniacalmente confezionato due pagine fondamentali della storia videoludica, imprescindibili per gli appassionati del genere.
Nelle prossime righe vi spiegheremo come questi due grandi classici siano stati svecchiati per risultare godibili ancora oggi, ma soprattutto perché il lavoro svolto dagli sviluppatori di Artdink e Team Asano risulti, in questo caso, ancora migliore di quanto fatto con l’ottimo – seppur molto ostico – remake di Dragon Quest III del 2024.
Due storie semplici, ma ampliate per l’occasione
La trama di Dragon Quest I, figlia di un’epoca in cui la narrazione nel medium era poco più di una cornice e non il focus principale, è semplice e lineare e si colloca cronologicamente dopo Dragon Quest III. Si vestono i panni di un giovane coraggioso che un giorno si presenta alla corte del castello di Tantegel dichiarando di essere il discendente di Erdrick, un grande eroe del passato. Il sovrano lo incarica dunque di salvare il mondo di Alefgard e di sconfiggere il Dragonlord, un essere malvagio che ha rubato la Sfera della Luce – un manufatto in grado di mantenere l’equilibrio del mondo – e che ha inviato un’orda di mostri a rapire sua figlia, la principessa Gwaelin.
Dragon Quest II, ambientato secoli dopo il primo capitolo, racconta invece le vicende di quattro ulteriori discendenti della linea eroica, tutti principi di diversi regni e cugini tra loro, chiamati a fronteggiare una nuova minaccia rappresentata da un malvagio sacerdote noto con il nome di Hargon.
Nelle versioni originali, così come nelle loro riedizioni precedenti, le storie dei due capitoli venivano portate avanti tramite pochi dialoghi essenziali e non brillavano né per originalità né per particolare profondità. Uno dei grandi pregi di questi nuovi remake è che esse sono state ampliate in maniera attenta, senza che in alcun modo ne venga alterata la sostanza di base. Le motivazioni dietro la conquista del mondo da parte del Dragonlord, ad esempio, risultano ora più chiare e approfondite; la principessa Gwaelin non è più una semplice donzella in pericolo, ma una figura a tutto tondo, dotata di un carattere ben definito e di sentimenti credibili. Degni di nota sono anche i nuovi personaggi secondari introdotti per dare maggiore corpo alla narrazione, come i cavalieri della guardia del regno di Tantegel, che spesso capiterà di incontrare durante il viaggio, o il gruppo di giovani scapestrati che si fingono eroi e che fungono da perfetto comic relief nei vari momenti in cui ci si imbatterà in loro.
Grazie alle numerose aggiunte sul fronte narrativo, Dragon Quest I risulta quindi a tutti gli effetti un’esperienza nuova e decisamente più appagante per chi è inetressanto al racconto. Un lavoro che non solo valorizza il gioco per i neofiti, ma che riesce anche a sorprendere chi lo conosce a menadito, offrendo una quantità significativa di contenuti inediti da scoprire.
A brillare ancora di più è però Dragon Quest II, la cui trama e i cui personaggi sono stati resi in maniera magistrale in questo remake. Se un tempo i protagonisti erano poco più che semplici macchiette, in grado di pronunciare due linee stentate di dialogo, ora sono diventati beniamini in grado di rivaleggiare con figure amatissime della serie quali Jessica (DQVIII), Veronica ed Erik (DQXI) e Baldo Baldini (DQIV). Essi sono stati riscritti da cima a fondo e le interazioni che avvengono tra di loro durante le cutscene sono curate con grande attenzione, riuscendo a definirne in profondità caratteri e sentimenti.
Una menzione d’onore va a Matilda, relegata al ruolo di semplice comparsa nelle edizioni precedenti di DQII e qui resa un personaggio principale a tutti gli effetti. Da un certo punto in poi dell’avventura, ella si unirà ufficialmente al party, inizialmente composto solo dai principi di Midenhall e Cannock e dalla principessa di Moonbrooke. La ragazza, un vero e proprio peperino dal caratterino roboante, è resa in maniera superba e sarà spesso al centro dell’attenzione durante numerosi intermezzi che porteranno molti giocatori ad affezionarvisi e ad adorarla.
In sostanza, il lavoro di riscrittura e di ampliamento svolto sulle trame originali dei primi due Dragon Quest – non certo invecchiate in maniera brillante – è eccellente e di gran lunga superiore a quanto fatto l’anno precedente con il terzo capitolo, che, a parte qualche lieve aggiunta, rimaneva in larga parte identico alle sue controparti passate. Dragon Quest I e II non sono mai stati così accattivanti sotto il profilo narrativo, e a rendere il risultato ancora più appagante è il fatto che la lore dell’intera trilogia di Erdrick risulti ora estremamente coerente, come un puzzle i cui pezzi si incastrano alla perfezione. Gli appassionati di lunga data avranno davvero molto di cui gioire.
Gameplay classico, ma con numerose quality of life
Dal punto di vista ludico, Dragon Quest I & II HD-2D Remake sono classici giochi di ruolo a turni e riprendono nella sostanza tutte le quality of life introdotte da Dragon Quest III HD-2D, in primis i segnalini che indicano l’obiettivo da raggiungere sulle mappe di gioco. Tornano anche qui tre livelli di difficoltà – “Vampistrello” (Facile), “Drago” (Normale), “Draconiana” (Difficile) – così da permettere a ogni giocatore di impostare la sfida secondo le proprie preferenze.
Va però segnalato che, anche in questo caso, come già visto nel remake del terzo capitolo, a difficoltà “Normale” alcuni boss risultano ingiustamente punitivi e sbilanciati nella loro potenza, rendendo spesso necessario un grinding pesante per riuscire a superarli senza troppi problemi: un aspetto che difficilmente farà felici i giocatori con poco tempo a disposizione. Di contro, la modalità “Vampistrello” risulta fin troppo permissiva, anche se fortunatamente è stata introdotta un’opzione che consente di disattivare l’invincibilità durante i combattimenti, non presente nella modalità “Facile” di DQIII HD-2D.
Molto utili, per chi desidera procedere più rapidamente, sono le opzioni che permettono di attivare segnalini sulla mappa indicanti la posizione di tutti i forzieri presenti, così come quella che consente di visualizzare le debolezze elementali dei nemici affrontati.
Entrando nello specifico, i due giochi presentano leggere differenze a livello di gameplay. Nel primo Dragon Quest, come da tradizione, il personaggio giocabile è uno solo, ma a differenza del passato non si troverà più ad affrontare esclusivamente un singolo avversario: spesso dovrà scontrarsi con gruppi di mostri inferociti. Le sue statistiche sono state riviste da zero e il titolo è stato completamente ribilanciato affinché l’eroe sia in grado di sopravvivere anche contro più abomini – sempre meravigliosi grazie al tratto del compianto Akira Toriyama – da abbattere per proseguire.
Dragon Quest II ripropone invece il concetto di party, introdotto proprio da questo capitolo nella serie, con classi e vocazioni fisse e l’aggiunta della già citata Matilda come quarto membro del gruppo.
In generale, per entrambi i titoli il connubio tra grinding e strategia rimane fondamentale per avere la meglio, ed entrambi restano, al netto di qualche svecchiamento, giochi di ruolo molto classici e dal ritmo tutt’altro che veloce. Un elemento che potrebbe scoraggiare coloro che cercano un’esperienza più rapida o un sistema di combattimento più articolato.
Grafica, colonna sonora e doppiaggio: una delizia per vista e udito
Dragon Quest I e II in questo remake sono una vera gioia per gli occhi. Nonostante riutilizzino buona parte degli asset del terzo capitolo sviluppato con lo stesso motore grafico, i colori sgargianti delle ambientazioni, gli ottimi effetti di luce negli ambienti più bui e gli sprite in pixel art estremamente dettagliati ed espressivi delle figure che popolano il mondo di Alefgard contribuiscono a creare un colpo d’occhio complessivo stupefacente, realizzato con evidente amore. Lo stile HD-2D si riconferma dunque azzeccatissimo per rappresentare l’universo di Dragon Quest, in un connubio perfetto tra classico e moderno.
Anche le colonne sonore orchestrali, le cui tracce sono riprese ancora una volta dalla Symphonic Suite del 2005 eseguita dalla Tokyo Metropolitan Orchestra, contribuiscono in maniera decisiva a creare un’atmosfera avventurosa ed emozionante. In particolare, merita un plauso la OST di Dragon Quest II, che include autentici capisaldi della storia videoludica, come “Love Song Sagashite”, cantata già alla fine degli anni Ottanta da Anna Makino, e uno dei migliori temi da mappa del mondo di sempre, “Traveling With Friends”.
Ottimo anche il lavoro svolto sul fronte del doppiaggio, presente durante le cutscene più importanti. Nel corso delle nostre run abbiamo avuto modo di provare esclusivamente quello in lingua giapponese, e tutte le voci assegnate ai protagonisti ci sono parse perfettamente azzeccate, con una recitazione di alto livello. Spicca in particolare l’interpretazione di Hōchū Ōtsuka nel ruolo del Dragonlord, capace di restituire con grande intensità il carattere di un despota spietato e assetato di potere.
Conclusione: due remake imperdibili per gli amanti dei classici e della storia dei JRPG
Square Enix, Artdink e Team Asano, nel riproporre Dragon Quest I e II a un pubblico moderno, hanno compiuto un mezzo miracolo. Grazie alle aggiunte narrative e ai nuovi dungeon, che non intaccano in alcun modo lo spirito o la sostanza degli originali, sono riusciti a rendere più intriganti e avvincenti due titoli storici che, oggi, sarebbero risultati per molti difficilmente giocabili.
Anche la longevità ne ha giovato sensibilmente: circa 20 ore per completare DQI contro le 8 dell’epoca, e almeno 40 per DQII, per un totale complessivo di circa 60 ore necessarie a portarli entrambi a termine, con grande soddisfazione per fan vecchi e nuovi.
Rispetto a Dragon Quest III HD-2D Remake, l’impegno profuso nella realizzazione di questi due remake è stato nettamente superiore, e l’eccellente risultato finale sfiora valori produttivi molto elevati. Restano alcuni sbilanciamenti fastidiosi durante determinate boss fight, e non si può negare che entrambi i titoli presentino un gameplay estremamente basilare e classico se confrontato con quello della maggior parte delle produzioni contemporanee, aspetto che potrebbe annoiare chi ha meno pazienza o poca voglia di dedicarsi al farming di denaro ed esperienza.
Per il resto, ci troviamo di fronte a due importanti pagine della storia dei JRPG rimesse a lucido nel miglior modo possibile, opere che i fan di Dragon Quest non dovrebbero perdere per nessuna ragione, soprattutto se desiderosi di scoprire le origini di una delle saghe più importanti di sempre, senza la quale il nostro presente videoludico sarebbe molto diverso.
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Nota: si ringrazia Bandai Namco per aver fornito a Omnia Crystallis un codice review per il download della versione PS5 di Dragon Quest I & II HD-2D.
Fedro
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